Recensione Seni e Uova di Mieko Kawakami

 Ci sono romanzi che non raccontano soltanto una storia, ma diventano un varco. Un’apertura autentica attraverso cui guardare l’intimità, le paure e i desideri delle donne in un modo che spesso pretende da loro risposte impossibili. Seni e Uova di Mieko Kawakami è uno di questi libri. Profondo senza essere pesante, diretto senza mai perdere grazia, il romanzo si sviluppa come un lungo sguardo dentro il corpo e i pensieri femminili, messo a nudo con un coraggio che raramente si incontra nella narrativa contemporanea.

Kawakami costruisce una storia che mescola delicatezza e spigolosità. Un romanzo che tocca il cuore ma che allo stesso tempo interroga, provoca, mette a disagio. E’ un’opera che si muove sul crinale tra autobiografia emotiva e osservazione sociale, restituendo un mosaico complesso, intimo e potentissimo.


Al centro di questo romanzo troviamo tre figure femminili. Natsuko, la voce narrante, una scrittrice trentenne che vive a Tokyo e che attraversa un periodo di inquietudine esistenziale e creativa. Makiko, la sorella maggiore, ossessionata dalla possibilità di rifarsi il seno come risposta alla propria insicurezza e alla pressione sociale. Midoriko, la figlia adolescente di Makiko, che vive il corpo come un territorio estraneo e spesso ostile, tanto da rifiutare quasi completamente la comunicazione verbale. 


La storia che leggiamo in questo libro, si divide in due movimenti. 

La prima parte vediamo: Il corpo come campo di battaglia. Makiko e Midoriko arrivano a Tokyo per una breve visita a Natsuko. La madre è determinata a sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica per modificare il suo seno, convinta che questo cambiamento le permetterà di recuperare un’immagine di sé più dignitosa, più accettabile. Midoriko, invece, vive un silenzio ostinato e pieno di rabbia, come un rifiuto che nasce dalla paura di diventare donna in un mondo che le chiede troppo e troppo in fretta.


Le tre donne convivono in un piccolo appartamento, e Kawakami fa entrare il lettore nella loro intimità fatta di tensioni sottili, frasi non dette, gesti minimi che rivelano universi emotivi profondi.


Nella seconda parte vediamo la maternità come scelta radicale. Anni dopo, Natsuko riflette sulla possibilità madre tramite inseminazione artificiale. Non desidera un compagno, non cerca una famiglia ( tradizionale ) ma vuole capire se il suo desiderio di maternità sia autentico o soltanto una richiesta esterna, un’eco delle aspettative sociali. La sua ricerca la conduce in un viaggio attraverso centri medici, consulenze, incontri con donne che hanno fatto scelte diverse.


Natsuko non è un’eroina, non è una donna impeccabile. E’ fragile, indecisa, profondamente sincera. Mette in discussione tutto, la maternità, il corpo, la solitudine, il senso di essere al mondo, e questo la rende straordinariamente reale.


In questo romanzo inoltre possiamo scoprire il corpo femminile come prigione e come possibilità. Il seno, le mestruazioni, la pelle che cambia. Kawakami descrive il corpo non come un oggetto estetico, ma come un territorio emotivo. Ogni donna del romanzo lo vive con paura, con desiderio, con repulsione, con speranza.

Natsuko è sola, ma non per scelta, ma è sola perché non trova un linguaggio che la avvicini davvero agli altri. Il romanzo è percorso da un senso di quieta malinconia che accompagna ogni sua riflessione. La maternità viene visto come una questione filosofica, e non è mai un obbligo, né una missione. È un dilemma etico, biologico ed affettivo. Kawakami la tratta con rispetto, con dubbi e con la giusta delicatezza. 

Un altro punto essenziale sono le classi sociali e le loro ferite. Makiko e Natsuko arrivano da un’infanzia povera, e la loro povertà non sparisce ma resta nelle abitudini, nella vergogna, nel rapporto con la città. Poi vediamo il potere delle donne di raccontarsi. Il romanzo offre uno spazio alla voce femminile, libera da filtri, da strategie narrative maschili, da retoriche di empowerment. È una voce scomoda e vera.


Nel libro di Kawakami le pagine sono intrise di una quieta malinconia giapponese, come le strade umide di Tokyo, gli appartamenti minuscoli, i treni affollati, i dialoghi a bassa voce, il caldo opprimente dell’estate, il silenzio impenetrabile di Midoriko. L’autrice scrive come se stesse toccando la pelle del lettore, una lingua piena di pudore e allo stesso tempo di verità crude.


La prosa di Kawakami è semplice solo in apparenza. Ogni frase contiene una tensione sotterranea, una vibrazione emotiva minuta che cresce lentamente. L’autrice non ha paura di entrare nelle pieghe del quotidiano, nelle conversazioni spente, nei pensieri ripetuti, in quella zona d’ombra in cui le donne spesso si muovono senza essere viste. C’è una musicalità negli scambi tra le protagoniste, un ritmo fatto di pause, sguardi, oggetti posati sul tavolo, vestiti ripiegati, borse appoggiate in un angolo. È un romanzo che vive di dettagli e proprio per questo appare così vero.


Questo romanzo va letto, perché è un libro che sa rompere il silenzio, perché parla in modo franco di maternità, corpo, desiderio e paura senza offrire risposte semplici. Kawakami con questo romanzo riesce a dar voce alle donne che dubitano, si contraddicono, soffrono, amano, resistono. Questo libro permette al lettore di entrare in un’intimità femminile contemporanea raccontata con onestà e con una bellezza mai esibita.

È un libro che resta dentro, che si insinua lentamente, che costringe a guardare il corpo proprio e quello altrui con particolare attenzione.



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