Visualizzazione post con etichetta autore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta autore. Mostra tutti i post

giovedì 27 agosto 2026

Recensione - Gli innamorati di Peppe Fiore

Ci sono romanzi che raccontano l’amore quando tutto va bene e altri che scelgono di raccontarlo proprio nel momento in cui le certezze cominciano a sgretolarsi. Gli innamorati di Peppe Fiore appartiene decisamente alla seconda categoria. È un romanzo sull’amore, certo, ma soprattutto sulla fiducia, sulla menzogna, sulla conoscenza dell’altro e su quella domanda che, prima o poi, può attraversare qualsiasi relazione: quanto conosciamo davvero la persona che abbiamo scelto di amare?

Pubblicato da Einaudi nel 2023, il romanzo porta il lettore dentro una Roma borghese, elegante e ambiziosa, una città fatta di arte, politica, professioni prestigiose, relazioni importanti e privilegi. Ma dietro le terrazze, gli eventi culturali e le vite apparentemente perfette esiste un’altra Roma, fatta di compromessi, interessi, ambizioni e segreti. È proprio in questa città che Peppe Fiore ambienta la storia di Flaminia Aloisi e Carmine Rebora, una coppia sposata da circa vent’anni e apparentemente capace di resistere a tutto. 

Flaminia e Carmine si sono conosciuti giovani. Lui era ancora lontano dall’uomo affermato che diventerà, lei apparteneva a un ambiente privilegiato. Si sono scelti quasi immediatamente, con quella sicurezza che a volte appartiene agli amori giovanili quando non hanno ancora imparato a fare i conti con la prudenza. Da allora hanno costruito una famiglia, hanno avuto una figlia e hanno raggiunto una posizione sociale importante.

Flaminia dirige un importante museo cittadino ed è immersa quotidianamente nel mondo dell’arte e della cultura. Carmine è un architetto stimato, inserito nei circuiti professionali e politici della capitale. Vivono in un attico con vista sul Tevere e sembrano possedere tutto ciò che una certa idea di felicità borghese considera desiderabile.

Ma Peppe Fiore ci mostra fin dall’inizio che la perfezione è soltanto una superficie.

E basta una crepa per scoprire ciò che si nasconde sotto.

La crepa arriva sotto forma di un temporale che si abbatte su Roma e che, metaforicamente, sembra voler trascinare via tutte le certezze dei protagonisti. In mezzo a una città paralizzata dalla pioggia e dall’esondazione del Tevere, la Guardia di Finanza arriva a casa di Flaminia per prelevare Carmine. L’uomo è accusato di riciclaggio. Da quel momento la vita della protagonista cambia radicalmente. 

La forza del romanzo nasce proprio da questo cortocircuito: l’uomo che Flaminia ama, quello con cui ha condiviso vent’anni di vita, potrebbe non essere affatto quello che lei credeva.

E allora l’indagine giudiziaria diventa anche un’indagine sentimentale.

Flaminia comincia a interrogarsi sul proprio matrimonio, sul passato di Carmine e sulle cose che non ha visto o che forse non ha voluto vedere. La ricerca della verità diventa inevitabilmente anche una ricerca dentro se stessa. Perché quando una persona che amiamo ci nasconde qualcosa, non ci chiediamo soltanto perché abbia mentito: cominciamo a domandarci se abbiamo mai conosciuto davvero quella persona.

È qui che Gli innamorati smette di essere semplicemente una storia matrimoniale e diventa un romanzo sulla fragilità dei legami.

Il matrimonio, nelle pagine di Fiore, non è presentato come un punto di arrivo. È piuttosto una costruzione quotidiana, qualcosa che richiede fiducia, complicità e una continua disponibilità a riconoscere l’altro. Ma proprio perché il matrimonio mette insieme due vite, contiene anche una componente di mistero. Ci sono zone dell’altro che non possiamo conoscere completamente, per quanto lunga sia la convivenza.

La domanda implicita del romanzo è quindi inquietante: quanto di una persona appartiene davvero a chi la ama?

Flaminia deve fare i conti con questa distanza.

E deve farlo mentre intorno a lei anche il mondo professionale e sociale comincia a vacillare. Il caso di Carmine non rimane confinato alla dimensione privata: coinvolge relazioni, reputazioni, interessi e ambienti della borghesia romana. Fiore costruisce così un affresco sociale nel quale la storia d’amore si intreccia con l’arte, la politica, gli appalti e il potere. 

La Roma del romanzo è dunque molto più di una semplice ambientazione. È quasi un personaggio.

È una città affascinante e contraddittoria, elegante e decadente, piena di bellezza ma anche di compromessi. La Roma raccontata da Fiore appartiene a un mondo in cui le relazioni personali possono diventare strumenti di potere e in cui il confine tra cultura, politica e interessi economici appare spesso molto sottile.

L’autore riesce a raccontare questo ambiente senza trasformarlo in una semplice caricatura. La sua ironia è pungente, ma non distruttiva. Fiore guarda i propri personaggi con lucidità, evidenziandone le debolezze, le ambizioni e le contraddizioni, ma senza privarli della loro umanità.

Questo è uno degli aspetti più riusciti del romanzo.

Nessuno è completamente innocente.

Nessuno è completamente colpevole.

I personaggi sono persone che cercano di proteggere ciò che hanno costruito, anche quando per farlo sono costrette a nascondere qualcosa, a mentire o a sacrificare una parte di se stesse.

Flaminia, soprattutto, è un personaggio che cresce attraverso la crisi. All’inizio sembra vivere dentro una realtà ordinata, nella quale ogni elemento occupa il proprio posto. La vicenda di Carmine la costringe invece a mettere tutto in discussione. Il suo percorso non consiste soltanto nel cercare la verità sul marito, ma nel capire quale sia la propria verità.

Ed è forse questo il vero viaggio del romanzo.

Non sapere chi sia davvero Carmine significa, per Flaminia, dover scoprire chi sia lei senza Carmine.

Il tema della fiducia diventa quindi centrale. Fidarsi significa consegnare a un’altra persona una parte della propria vulnerabilità. Significa credere che quella persona non userà contro di noi ciò che le abbiamo affidato. Ma cosa succede quando questa fiducia viene meno?

Fiore non offre una risposta semplice.

Anzi, rende la domanda ancora più difficile mostrando che l’amore non scompare necessariamente quando la fiducia viene ferita. Può rimanere. Può persino diventare più forte. Ma cambia forma.

E proprio qui emerge la particolare sensibilità dell’autore nel raccontare i sentimenti.

Gli innamorati non è un romanzo sentimentale nel senso tradizionale del termine. Non troviamo un amore idealizzato, fatto soltanto di grandi dichiarazioni e momenti romantici. L’amore di Flaminia e Carmine è un amore adulto, costruito negli anni, pieno di abitudini, ricordi, gesti quotidiani e compromessi.

È un amore che ha attraversato il tempo.

E proprio per questo è più difficile da definire.

Fiore riesce a raccontare molto bene anche il rapporto tra amore e memoria. Quando una relazione entra in crisi, infatti, non viene messo in discussione soltanto il presente: viene riscritto anche il passato. Ogni ricordo cambia significato alla luce di ciò che abbiamo scoperto.

Un gesto che sembrava romantico può diventare sospetto.

Una frase può acquistare un significato diverso.

Un ricordo felice può trasformarsi in una domanda.

Questa capacità di modificare retroattivamente la percezione del passato è una delle intuizioni più interessanti del romanzo.

Lo stile di Peppe Fiore contribuisce enormemente alla riuscita della storia. La scrittura è scorrevole, elegante, ironica e visiva. Le scene sembrano spesso costruite con un ritmo quasi cinematografico, caratteristica non sorprendente considerando anche il lavoro dell’autore come sceneggiatore. La narrazione procede attraverso capitoli brevi e una struttura che alterna il presente della crisi ai ricordi della storia tra Flaminia e Carmine. 

Questa struttura permette al lettore di conoscere progressivamente la coppia, non soltanto nel momento della crisi ma anche nel tempo in cui quell’amore è nato e cresciuto.

E questo è fondamentale.

Perché per capire cosa rischia di perdere Flaminia bisogna prima conoscere ciò che ha avuto.

Fiore riesce così a costruire una tensione che non dipende soltanto dalla domanda su cosa abbia fatto Carmine. Il vero interesse risiede nelle conseguenze che la verità avrà sulla relazione.

Il lettore si trova quindi davanti a un doppio interrogativo: cosa è successo davvero e, soprattutto, cosa ne sarà di loro?

Il temporale che attraversa Roma diventa allora una metafora perfetta dell’intera vicenda. La pioggia arriva quando tutto sembra tranquillo e trasforma rapidamente la città. Allo stesso modo, la crisi di Carmine irrompe nella vita di Flaminia quando il matrimonio sembra ormai consolidato.

Ma i temporali, prima o poi, finiscono.

E questa possibilità attraversa tutto il romanzo.

Non come certezza, ma come speranza.

Gli innamorati è anche un libro sulle seconde possibilità. Sul fatto che una relazione possa arrivare davanti a un bivio e che, proprio quando sembra più facile lasciarsi andare, possa esistere la possibilità di scegliersi nuovamente.

Non si tratta di cancellare ciò che è accaduto.

Si tratta di decidere se ciò che è accaduto debba necessariamente distruggere tutto ciò che è venuto prima.

Questa è forse la parte più umana del romanzo.

Peppe Fiore non giudica i suoi personaggi dall’alto. Li osserva da vicino, con ironia e partecipazione. Li lascia sbagliare, mentire, desiderare, soffrire e cercare una via d’uscita.

E proprio per questo diventano credibili.

Gli innamorati è un romanzo che, dietro la storia di Flaminia e Carmine, racconta molto più di una crisi matrimoniale. Racconta una generazione, un certo modo di vivere la borghesia romana, il rapporto tra potere e cultura, l’ambizione sociale e soprattutto la difficoltà di mantenere vivo un legame quando la vita ci costringe a scoprire che la persona accanto a noi conserva sempre una parte di mistero.

È un romanzo sulla distanza che può esistere anche tra due persone che dormono nello stesso letto.

Ma è anche un romanzo sulla possibilità di attraversare quella distanza.

Alla fine della lettura, ciò che resta non è tanto il desiderio di stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. Rimane piuttosto una domanda molto più difficile: quando amiamo davvero qualcuno, amiamo la persona che abbiamo davanti oppure l’immagine che negli anni abbiamo costruito di quella persona?

È una domanda che Fiore lascia aperta.

Ed è proprio per questo che Gli innamorati continua a lavorare dentro il lettore anche dopo l’ultima pagina.

Perché tutti, almeno una volta, abbiamo creduto di conoscere qualcuno.

E forse amare significa anche accettare che non lo conosceremo mai completamente.

Peppe Fiore costruisce così un romanzo intelligente, ironico e profondamente umano, nel quale l’amore non è una certezza ma una scelta che deve essere rinnovata quando le fondamenta cominciano a tremare.

Un libro sulla fiducia, sulle bugie e sulla possibilità di ricominciare. Ma soprattutto un libro che ci ricorda quanto sia fragile, misterioso e ostinato l’amore.


martedì 6 gennaio 2026

Recensione - Marco Belpoliti Nord Nord Nord

 Nord Nord Nord è un libro che si muove come una lunga camminata: non ha fretta di arrivare a una conclusione, ma procede per osservazioni, deviazioni, soste improvvise. Marco Belpoliti compone un'opera ibrida, a metà tra racconto, saggio, diario di viaggio e riflessione culturale, un cui il Nord non è soltanto un punto cardinale, ma una condizione mentale, un modo di guardare il mondo e di abitarlo.

Il Nord di Belpoliti è innanzitutto un luogo della memoria. È la pianura padana, con le sue distese piatte e opache, i cieli bassi, le nebbie che cancellano i contorni, le città industriali nate in fretta e consumate altrettanto velocemente. Ma è anche il Nord europeo, con le sue architetture severe, il rigore del clima, la sobrietà dei gesti, l'idea di una vita scandita dal lavoro e dalla misura. Belpoliti attraversa questi spazi come un esploratore attento ai dettagli minimi, strade, stazioni, capannoni, paesaggi urbani, interni domestici diventano segni da decifrare.

La struttura del libro non segue una narrazione lineare. È piuttosto un mosaico di frammenti, come brevi capitoli, riflessioni, ricordi personali, riferimenti letterari e artistici che si rincorrono e si richiamano a distanza. Questo andamento frammentario restituisce perfettamente l’esperienza del Nord così come Belpoliti la intende. Un territorio che non si offre mai tutto insieme, ma che si lascia comprendere solo per accumulo, per stratificazione.

Uno degli aspetti più affascinanti del libro è lo sguardo dell'autore sulle trasformazioni del paesaggio. Il Nord industriale, produttivo, operoso del Novecento appare come un mondo in lenta dissolvenza, sostituito da spazi anonimi, centri commerciali, zone di passaggio. Belpoliti, osserva queste mutazioni senza nostalgia e senza indulgenza, cercando di capire che tipo di umanità si muove dentro questi luoghi, che cosa resta delle identità collettive e quali forme di solitudine nascono da una modernità sempre più uniforme. 

Il Nord è anche un luogo del carattere. Lo scrittore riflette sul temperamento nordico, come la riservatezza, la difficoltà di esprimere le emozioni, il pudore dei sentimenti, il valore attribuito al silenzio e alla disciplina. Non c'è idealizzazione, ma nemmeno condanna. L'autore indaga le radici culturali di questo atteggiamento, mettendolo in relazione con la storia, con il clima, con il lavoro, con un'idea di vita che privilegia il fare al dire. 

Accanto alla dimensione geografica e antropologica, il libro è attraversato da una forte componente autobiografica. Belpoliti si espone senza mai diventare protagonista assoluto. I suoi ricordi d'infanzia, le figure familiari, le esperienze personali sono sempre usate come strumenti di osservazione, come punti di partenza per una riflessione più ampia. Il Nord che racconta è anche il Nord che lo ha formato, che ne ha modellato lo sguardo e io modo di pensare.

Lo stile di Belpoliti è asciutto, preciso, controllato, ma capace di improvvise accensioni poetiche. Ogni frase sembra misurata, come se l'autore avesse scelto di adottare la stessa sobrietà che attribuisce ai luoghi e alle persone di cui scrive. La scrittura non cerca l'affetto, ma la chiarezza; non punta alla seduzione, ma alla comprensione. È una lingua che invita a rallentare, a leggere con attenzione, a soffermarsi sui dettagli.

Nord Nord Nord è un libro che non offre risposte definitive, ma pone domande essenziali, su cosa resta si un'identità quando il paesaggio cambia? in che modo i luoghi influenzano il nostro modo di pensare, di sentire, di vivere? È possibile raccontare un territorio senza trasformarlo in un mito o in uno stereotipo?

Lo scrittore riesce nell'impresa di raccontare il Nord come uno spazio complesso, contradditorio, vivo. Un luogo che non si lascia facilmente amare, ma che continua a esercitare una forza magnetica su chi lo attraversa e lo osserva con attenzione. È un libro che si legge come un’esplorazione lenta e profonda, e che invita il lettore a interrogarsi sul proprio rapporto con i luoghi, con la memoria e con il tempo.


lunedì 17 novembre 2025

Platone - Una storia d'amore di Matteo Nucci

 Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma la respirano, la scavano, la interrogano fino alle radici. Platone. Una storia d'amore appartiene a questa categoria rara, quella delle narrazioni che uniscono la densità del romanzo all'intelligenza della saggistica, e lo fanno con una naturalezza che disarma.
Matteo Nucci costruisce un'opera ibrida, al tempo stesso colta e sensuale, in cui la vita di Platone non è mai trattata come un oggetto da museo, ma come una materia pulsante, un movimento continuo di desideri, mancanza, illusioni e domande.

Il risultato è un romanzo che scorre come una confessione, come una lettera attraversata dalla malinconia degli anni e dalla nostalgia di ciò che non si può più trattenere; l'infanzia, l'amicizia totale, l'incontro con un maestro che segna per sempre.

Nucci dà voce a un Platone ormai anziano, consapevole che il proprio tempo sta per esaurirsi. Non ha più interesse per la retorica, né per la gloria politica che ha attraversato Atene in tempesta. Ciò che vuole, adesso, è restituire un racconto che non sia quello delle sue opere filosofiche, ma un ordine sentimentale.

Il romanzo segue un doppio movimento, da un lato vediamo la narrazione lineare della vita di Platone, l'infanzia nella famiglia aristocratica, la scoperta delle arti, il trauma della guerra, le delusioni politiche, i viaggi a Siracusa, la fondazione dell'Accademia, dall'altro un lento, struggente ritorno alla figura che più di tutte ha segnato la sua esistenza, Socrate.

Qui Matteo Nucci non ricrea un Socrate canonico, accademico, ma lo racconta come un uomo vivo, ironico, provocatore, seducente nel modo più disarmante. Un maestro che non educa con dogmi, ma con il dubbio.

Uno dei fili più intensi del libro è proprio la riflessione sull'amore. Nucci scava dentro l'Eros platonico non con il distacco del filosofo, ma con la vibrazione del romanziere.
Il Platone narratore torna continuamente alla propria educazione sentimentale, come l'amicizia giovanile che confina con l'adorazione, la delusione politica che si trasforma in ferita emotiva, l’incapacità di afferrare la natura di Socrate, a metà tra padre, amicone, amante mancato e mito vivente, la tensione verso la bellezza come richiamo assoluto come un qualcosa che non si possiede mai del tutto.

Matteo Nucci, fa emergere un Platone fragile, inquieto, affamato di senso. Un uomo che ha scritto pagine d'amore immortale, ma che resta schiacciato dalla distanza dolorosa tra l'amore ideale e quello umano.

In questo romanzo possiamo vedere moltissimi punti interessanti come l'educazione sentimentale, dove il romanzo è un lungo apprendistato emotivo, la formazione di Platone, prima ancora che intellettuale, è una formazione affettiva. Il legame con Socrate è raccontato come una storia d'amore nel senso più ampio, un affetto totalizzante, che trasforma e ferisce. La crisi di Atene, le ambizioni infrante, i rischi di Siracusa, il romanzo mostra un uomo che comprende quanto la politica sia l'arena più imperfetta per chi cerca la verità. L'autore restituisce un mondo greco pienamente corporeo, la palestra, il sudore, la danza, la sensualità dei giovani, la voce di Socrate che attraversa tutto come un richiamo. La scrittura è dominata da una malinconia che appartiene agli ultimi anni della vita, il bisogno di capire chi siamo stati, cosa abbiamo perso, cosa davvero resta.

La prosa è sensuale, morbida, colta ma mai ostentata. Nucci alterna lunghe frasi piene di ritmo a lampi improvvisi, quasi lirici. L'elemento più affascinante è il modo in cui unisce la profondità filosofica a una narrazione intima, vibrante, quasi fisica. 

Il lettore non sente di assistere a un trattato né a una biografia, entra nella testa di un uomo che ripensa la propria vita come si ripensa un amore finito.

Ne emergono pagine di meditazione pura, accanto a momenti di grande intensità emotiva. Il voto di Socrate al tramonto, i silenzi dell'Accademia, l'odore del mare durante il viaggio, il fuoco di Atene in guerra, la commozione improvvisa davanti a un giovane che recita versi.

Il romanzo ricrea una Grecia viva, sensoriale, come ad esempio, le strade di Atene al tramonto, la polvere delle palestre, i simposi illuminati da lucerne tremolanti, il calore del mare, la tensione dei discorsi pubblici, l'intimità delle lezioni improvvisate sotto i portici.

E sopratutto, la presenza di Socrate, una figura che il narratore descrive come se fosse ancora davanti a lui, pronta a sovvertire ogni certezza con una domanda semplice.

Platone, una storia d'amore non è un semplice romanzo storico, ma non è neppure un saggio romanzato. È una narrazione di formazione emotiva, una meditazione sull'amore, sulla bellezza, sul fallimento e sulla speranza. 

È un libro che chiede intimità, lentezza, ascolto. Un libro che non insegna concetti, ma rivela ferite. Nucci riesce a trasformare Platone in un uomo vivo, inquieto, sensibile, che guarda indietro e capisce che la grande storia dell'umanità è sempre e comunque una storia d'amore.

martedì 7 ottobre 2025

Recensione: Un posto tranquillo di Matsumoto Seichō

 Un posto tranquillo si apre con una morte improvvisa e apparentemente insignificante, la moglie del protagonista, Tsuneo Asai, muore d'infarto mentre si trova in un quartiere di Tokyo chiamato "Un posto tranquillo", noto per le sue piccole vie residenziali e per l'aria di compostezza borghese che lo distingue dal caos della metropoli.

Per tutti, si tratta di una tragedia naturale, un caso di salute malferma e sfortuna. Ma per Asai, funzionario ministeriale meticoloso e abitudinario, quella morte nasconde una crepa inspiegabile. ( Perchè la moglie si trovava in quel luogo, lontano da casa, in un orario inconsueto, senza che nessuno sapesse il motivo?)

Da questa domanda nasce un'inchiesta provata, silenziosa, ossessiva. Asai inizia a ricostruire i movimenti della moglie nei giorni precedenti, a pedinare sconosciuti, a incrociare dettagli e sguardi, fino a scoprire un intreccio di solitudine, doppiezza e segreti domestici che mina le fondamenta della sua stessa esistenza.

Il titolo del romanzo, ironico e tragico insieme, diventa così una metafora, quel "posto tranquillo" non è solo il quartiere dove avviene la morte, ma anche l'illusione di un'esistenza ordinata e pacifica, dietro cui si nascondono tensioni taciute e desideri repressi.

I temi che si sviluppano nel romanzo sono: 

- Il doppio e la maschera sociale: Matsumoto è maestro nel rappresentare l'ipocrisia della società giapponese del dopoguerra: ordinata in apparenza, ma percorsa da correnti sotterranee di ambizione, vergogna e desiderio. Tsuneo Asai incarna perfettamente questa contraddizione. Uomo irreprensibile e disciplinato, scopre progressivamente quanto la sua vita sia costruita su menzogne silenziose.

"Una vita tranquilla non è mai davvero tranquilla. Lo è solo finché nessuno guarda sotto la superficie."

- La solitudine coniugale: Il matrimonio, in Un posto tranquillo, è un microcosmo di incomprensione. Asai e la moglie vivevano insieme ma separati da un muro di consuetudini. Un legame fatto più di abitudine che di intimità. Quando lei muore, lui si accorge di non averla mai davvero conosciuta.

L'indagine diventa allora un tentativo di riconoscere l'altro quando ormai è troppo tardi, un tema che Matsumoto tratta con dolente lucidità.

"Scoprì di aver vissuto accanto a un'estranea. Eppure era lui che non aveva scelto di non vederla."

- Il male ordinario e la colpa silenziosa: Come in molti romanzi di Matsumoto, il delitto non esplode in modo spettacolare, è un'ombra che cresce, un veleno che si diffonde nella normalità. Non c'è bisogno di mostri, basta un piccolo tradimento, un gesto di differenza, per generare la catastrofe.

- L'indagine come specchio interiore: Asai non è un detective, ma la sua indagine assume i tratti quasi spirituali. Ogni passo nella verità è anche una discesa dentro sé stesso. Scopre le crepe della propria moralità, la propria cecità emotiva, l'egoismo con cui ha condotto la sua vita. L'indagine si fa espiazione.

Matsumoto Seichō scrive una prosa asciutta e chirurgica, ma capace di una tensione costante. Le sue descrizioni dei quartieri di Tokyo, i vicoli stretti, le luci dei lampioni, le case silenziose, evocano un senso di immobilità e oppressione.
La città diventa un labirinto morale, un paesaggio dell'anima. Ogni strada, ogni fermata del treno, ogni bar che Asai visita è intriso di malinconia, di un'ansia sottile che cresce pagina dopo pagina.
Lo sguardo dell'autore è quello di un moralista laico, osserva l'uomo con compassione e disincanto, consapevole che la verità, una volta svelata, non libera ma condanna.

Seichō Matsumoto è spesso paragonato a Simenon o a Graham Greene, ma il suo noir è profondamente giapponese, non si basa sulla suspense, bensì sulla dissezione psicologica.
L'azione è minima, la tensione è tutta interiore. Il lettore si ritrova intrappolato nella mente di Asai, ne segue così i dubbi, le razionalizzazioni, la lenta perdita di equilibrio.

Il "posto tranquillo" diventa così uno stato mentale, il tentativo impossibile di trovare la pace in un mondo che non ammette la verità.

Un posto tranquillo è un romanzo di apparente calma di profonda inquietudine. L'autore Matsumoto costruisce un capolavoro di introspezione psicologica, in cui il mistero non serve a intrattenere, ma a scavare dentro l'animo umano.

È un libro che lascia un senso di disagio sottile, come dopo aver guardato troppo a lungo uno specchio e aver scoperto un riflesso che non si riconosce più.

Questo è un romanzo per i lettori che cercano azione o colpi di scena dove rimarrà spiazzato, oppure per chi ama le atmosfere cupe, con la precisione psicologia e la riflessione morale. Diciamo che troverà "Un posto tranquillo" un piccolo gioiello di equilibrio e introspezione.

Se ti è piaciuto questo romanzo, potresti anche leggere:

- Tokyo Express di Matsumoto Seichō
- La ragazza del Kyushu di Matsumoto Seichō
- L'uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon


Recensione: La Rinnegata di Valeria Usala

Siamo in un piccolo paese della Sardegna interna, negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. È un mondo chiuso, duro, regolato da tradizioni secolari e da un codice morale che non lascia spazio alla libertà, sopratutto quelle delle donne.
In questo contesto arcaico vive Maria, la protagonista, una donna "rinnegata" dal suo stesso paese. È colpevole - secondo i paesani - di essere diversa, di aver amato un uomo non approvato, di aver rifiutato di piegarsi, di voler decidere della propria vita. 
Dopo la morte del marito, Maria resta sola, isolata, oggetto di pettegolezzi, superstizioni e maldicenza.

Il romanzo segue il suo cammino tra orgoglio e dolore, tra il desiderio di riscatto e la consapevolezza di non poter cambiare un mondo in cui il pregiudizio ha la forza di una condanna. Accanto a lei, in un intreccio di voci e destini, scorrono altre figure femminili, ciascuna portatrici di una propria forma di sopravvivenza e di dignità.

I temi che vediamo nel romanzo sono:

- La condizione femminile e la solitudine: La rinnegata racconta la storia di una donna che paga con la solitudine il prezzo della libertà. Maria è un personaggio che incarna la forza delle donne invisibili, di quelle che la storia non ricorda ma che hanno sorretto il mondo. La sua esclusione diventa simbolo di resistenza silenziosa.

"La solitudine è un vestito che all'inizio brucia, ma poi diventa pelle."

- Tradizione, superstizione e giudizio sociale: Nel romanzo, la comunità è quasi un personaggio a sé, soffocante, crudele, incapace di perdonare la diversità. La Sardegna rurale descritta dall'autrice Valeria Usala è un luogo in cui le parole si fanno armi, e dove il controllo sociale è esercitato attraverso il silenzio e la vergogna.

"Le donne del paese avevano imparato a tacere: chi parla troppo, prima o poi, diventa colpevole."

- Natura e memoria: La scrittura dell'autrice si intreccia intimamente con il paesaggio. La natura sarda non è solo sfondo, ma specchio dell'anima dei personaggi. Il vento, la terra secca, il mare lontano, tutto riflette la fatica, la resilienza e la bellezza selvaggia di chi vive in un mondo ostile.

- Eredità e trasmissione: Maria la protagonista diventa anche simbolo di un'eredita femminile che si tramanda non con le parole, ma con i gesti, i silenzi e la cura. È un romanzo sulla memoria delle madri e delle nonne, sulle radici che non si possono tagliare nemmeno quando si cerca di fuggire.

La prosa dell'autrice Valeria Usala è lirica e concreta insieme. Le frasi brevi, taglienti, si alternano a passaggi poetici in cui il ritmo sembra farsi canto popolare. L'autrice ha una straordinaria capacità di rendere palpabile la tensione tra la vita quotidiana e la dimensione mitica della Sardegna rurale.

Il linguaggio è intriso di oralità, si percepisce la voce del paese, il brusio delle donne, le preghiere, le maledizioni, le confessioni sussurrate. Eppure, nel cuore del libro, c'è una delicatezza profonda: La rinnegata non urla, ma lascia un'eco lungo, come una preghiera spezzata.

Il romanzo di Usala si colloca in una tradizione di narrativa che affonda le radici nel realismo lirico e nella memoria contadina, ricordando autrici come Grazia Deledda, Maria Giacobbe, e in chiave moderna Elena Ferrante. 

Ma La rinnegata non è solo un racconto di denuncia, è una riflessione profonda sulla libertà interiore. Maria non vince, non trionfa, ma resta ai margini, e conserva la propria integrità. È un'eroina che non cerca vendetta, ma dignità.

In questo senso, il titolo assume un doppio valore, la rinnegata non è solo colei che viene esclusa, ma anche colei che rifiuta - rifiuta di piegarsi, di fingere, di tacere.

La rinnegata è un romanzo breve ma denso, un mosaico di emozioni e simboli. Valeria Usala ci regala un'opera che parla di memoria, radici, femminilità e libertà, ma soprattutto di umanità.

Ogni pagina porta con sé la forza della terra e la fragilità del cuore. È una lettura che lascia il segno, che costringe a guardare in faccia i pregiudizi, il peso del giudizio sociale e la fatica di chi cerca solo di essere se stesso in un mondo che non perdona.

Recensione: Poveri Cristi di Ascanio Celestini

Poveri Cristi non è un romanzo tradizionale con un'unica trama lineare, bensì una raccolta di storie, testimonianze, incontri reali, vite ai margini che l'autore Celestini ha raccolto con il suo lavoro sul campo. Attraverso la voce narrante Celestini ( che al tempo stesso è osservatore, ascoltatore, e testimone), emergono figure umane spesso invisibili nella vita quotidiana come: operai, migranti, barboni, donne sole, persone che la società tende a dimenticare. Vite "sradicate", come recita la descrizione, che cercano uno spicchio di felicità in contesti difficili.
L'opera è parte di una trilogia ( Laika, Pueblo, Rumba ) che dà voce agli ultimi, agli emarginati, ai fragili.

Temi principali

Margini e invisibilità

Celestini esplora ciò che sta fuori dal centro del mondo: periferie urbane, persone al di fuori dei riflettori, vite considerate "non rilevanti". Le storie raccontate sono quelle di cui, pur soffrendo, resta umano, che non cade nel disincanto assoluto, e che sopratutto sa conservare la dignità.

Lotta di classe e ingiustizia sociale

C'è una forte componente politica nel romanzo. L'autore non racconta solo la sofferenza, ma porta in luce le cause: povertà, disuguaglianza, sfruttamento, emarginazione, esclusione. Racconta chi ( è stato schifato, di chi è stato menato, schiavizzato, incarcerato e torturato... ).

Solidarietà e dignità

Nonostante le difficoltà e le ingiustizie, Poveri Cristi è anche un libro che celebra la solidarietà come ad esempio: piccoli gesti, interazioni umane, il sostegno reciproco tra chi non ha nulla, ma non ha paura di essere umano. C'è una resistenza morale, un sano rifiuto dell'egoismo come dicono alcune citazioni.

Il racconto come testimonianza

Il valore del libro sta anche nel modo in cui è costruito. Molte storie sono raccolte da Celestini con interviste, incontri reali, laboratori, ascolto diretto. Non è finzione pura, ma una narrazione che si fonda su realtà drammatiche, spesso trascurate. Questo conferisce al testo un tono autentico e potente.

Stile

- Voce narrante: misurata, empatica, partecipe ma non vittimistica. Celestini evita la retorica, preferisce restituire le parole delle persone, i loro silenzi, le loro ferite.

- Scenari: ambienti urbani, periferie metropolitane, angoli con una forte presenza di emarginati, non solo sfondi, diventano parte integrante della narrazione.

- Musica e teatralità: nelle performance teatrali parallele, il testo viene accompagnato da musica, improvvisazioni, interazione col pubblico. Anche nel libro si percepisce questa sensibilità al ritmo delle storie e delle voci.

Punti di forza

- Grande forza emotiva: Celestini con il suo romanzo Poveri Cristi entra dentro la pelle del lettore, commuove e scuote.

- Coerenza morale: Celestini non giudica, ma nemmeno nasconde le contraddizioni, anzi, le mette in luce per far pensare.

- Varietà delle storie: vite diverse, percorsi differenti, ma con un tanto di dignità e invisibilità.

- Importanza civile: il libro è necessario oggi, in un paese spesso assente verso le periferie e gli invisibili.

Possibili limiti

- La mancanza di un filo narrativo tradizionale può rendere la lettura discontinua per qualcuno.

- Alcune voci sono più forti, altre meno definite, ma quando il ritmo diminuisce, l'impatto emotivo può flautare.

- Il testo non dà sempre risposte, resta nella ferita, nella domanda, più che nella guarigione, che per alcuni può essere frustante, ma per molti è parte essenziale del suo significato.

Conclusione

Poveri Cristi è un romanzo poderoso. È un romanzo che urla piano, che racconta silenzi, lacrime non viste, vite consumate dall'indifferenza. Celestini qui non si limita al ruolo del narratore ma è voce di chi voce non ha, testimone di chi è "scavato" fuori dalla storia ufficiale.
Questa è una lettura che fa guardare alle periferie, alla sofferenza nascosta, alle ingiustizie come non le guarderesti al supermercato sotto casa. Un libro che sa come nutrire la propria empatia ma anche la coscienza dei lettori.

Consigliato a coloro:

- Che sono amanti del teatro di narrazione e della scrittura civile
- Chi ha apprezzato autori come Erri De Luca, Roberto Saviano, Pietro Grasso, persone che raccontano la marginalità con cura
- Lettori che sono in cerca di testi che non chiudono ma aprono, che non consolano necessariamente ma che sanno come scuotere
- Chi crede nel valore della testimonianza e del raccontare come atto politico




domenica 3 agosto 2025

Recensione - Le otto montagne di Paolo Cognetti

Premio Strega 2017, tradotto in oltre 35 lingue, Le otto montagne racconta la storia di Pietro, ragazzo milanese, e Bruno, giovane del piccolo paese alpino di Grana, che condividono estasi indimenticabili tra le valli del Monte Rosa. È un romanzo di formazione, amicizia, paesaggio e ricordi, che riflette la sfida di vivere tra due mondi e l'inevitabilità del cambiamento.

Trama

In un estate degli anni '80, Pietro segue suo padre in montagna, incontrando Bruno. Tra salite, silenzi e riflessioni, nasce una profonda amicizia. Nel corso degli anni, i sentieri si dividono: Pietro costruisce una carriera in città, Bruno resta in valle. Quando il padre di Pietro muore, egli ritorna e ricostruisce una baita insieme a Bruno. Ma l'amicizia, come la montagna, cambia forma e fatica.

Temi principali

- Amicizia e distanza: un legame che sfida il tempo e le mete diverse;

- Natura e paesaggio: la montagna come specchio dell'animo, luogo di silenzi e memorie;

- Crescita e scelte: tra la città e la natura, l'autore rappresenta i due universi che plasmano Pietro;

- Memoria e ineluttabilità: i luoghi dell'anima che non si possono pù tornare, come recita una riflessione intensa:

"Da mio padre avevo imparato, molto tempo dopo... che in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare... e non resta che vagare per le otto montagne per chi... ha perso un amico."

Lo stile

La prosa di Cognetti è nitida, essenziale e carica di una tensione implicita che ricorda Carver e Hemingway. Il silenzio delle vette, l'odore della stalla, il ritmo del fieno e del cammino sono descritti con una cura che fa sentire il lettore al fianco dei protagonisti:

"Uno, prendere un ritmo e tenerlo senza fermarsi; due, non parlare; tre, davanti a un bivio, scegliere sempre la strada che sale."

Citazioni

- Sulla montagna come destino: "È sulle cime che andiamo. Scendiamo solo quando arriviamo dove non si può più salire. Lo capisci?"

- Sulla scelta di rifugiarsi in alto: "Se uno va a stare in alto, è perché in basso non lo lasciano in pace."

- L'assenza del parentado montano: "Forse è vero... che ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia..."

Dal libro al grande schermo

L'adattamento cinematografico del romanzo, diretto da Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch ( 2022 ), ha vinto numerosi premi, tra cui il David di Donatello come miglior film e il Premio della Giuria a Cannes. Il film conserva l'anima del libro, amplificando la bellezza visiva dei paesaggi e il valore del silenzio tra due amici.

Conclusione

Le otto montagne è un romanzo che parla all'anima. Scava nella relazione tra uomo e natura, tra città e vette, lasciando un segno indelebile e delicato, dando una forte forma emotiva.. È la storia di una vita, scandita dalle quattro stagione, dal cammino, dal lutto e dalla rinascita. Un invito a ritrovare la propria montagna interiore - anche se a volte non possiamo più tornare a quei luoghi:

"Da mio padre avevo imparato... non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre..."

Per chi l'ha amato ( o vorrebbe )

- Se ami saggi di natura narrati con poesia - leggi Sulla strada di Bill Bryson;

- Se cerchi storie di amicizia profonda e silenziosa - prova Norwegian Wood di Murakami;

- Se ti piace la fusione tra memoir e romanzato in montagna - esplora i libri di Hervé Barmasse o Sylvain Tesson.

venerdì 4 luglio 2025

Recensione - La versione di Barney di Mordecai Richler

La versione di Barney è un romanzo brillante e allo stesso tempo corrosivo, pubblicato nel 1997 e poi adottato in Italia dalla casa editrice Adelphi. Attraverso un "autobiografia" in prima persona, Morderai Richler ci presenta Barney Panofsky, un produttore televisivo canadese di origine ebraica, un uomo pieno di difetti, passioni e pensieri incandescenti. Barney decide di raccontare la sua versione dei fatti per rispondere alle accuse mossegli dal nemico Terry Mclver e per chiarire i dubbi sulla scomparsa e morte del suo amico Boogie.

Il protagonista: un antieroe autentico

Barney è grande, volgare, irriverente, alcolista e pieno di rancore. Eppure, sotto questa scorza, emerge un uomo complesso, sensibile e terribilmente umano. Come afferma Richler:

"Un ragazzo può essere due, tre, quattro persone potenziali, ma un uomo una sola: quella che ha ucciso le altre." 

E' una frase che racchiude l'essenza del personaggio: l'inevitabilità delle scelte e il peso della vita vissuta.

Struttura e narrazione

Il romanzo si articola in tre parti, una per ciascuna delle tre mogli: Clara, la poetessa suicida; la seconda la signora Panofsky, una ricca ereditiera; e Miriam, il grande amore, madre dei suoi figli. A interrompere la narrazione è la malattia. Barney, affetto da Alzheimer, fatica a mantenere lucidi i ricordi, mettendosi in difficoltà perfino nel ricordare i nome dei Sette Nani.

Ci sono inoltre due elementi che vanno ad arricchire il testo:

- Le note del figlio Michael, che corregge le imprecisioni e chiarisce la verità.
- Un finale accurato, atteso e pieno di commozione.

Tono, stile e umorismo

Richler adopera un linguaggio tagliente e pieno di digressioni, espressioni folcloristiche e sarcasmo. Lo stile di Barney alterna commedia e riflessione, tra aneddoti surreali e citazioni colte - come definisce la cultura ebraica:

"Ma il Dio toccato in sorte a noi ebrei è famoso per essere crudele..."

"Dentro di me continuo ad avere venticinque anni... certo non sessantasette, con quel che ne segue..."

Un ritratto illuminante della lunga distanza tra la vitalità interiore e il corpo che invecchia.

Tematiche principali

- Memoria e verità: Barney difende la sua versione, ma il lettore comprende presto che la verità è complessa e sfuggente.

- Redenzione e sincerità: Il tentativo di scrivere queste memorie è un atto catartico, volto a non finire la vita con rimpianti.

- Amore e fallimento: Le tre mogli servono ad esplorare diverse sfumature dell'amore, dalla passione all'abitudine, fino alla tragedia. Miriam rimane "l'amore perfetto."

- Identità e cultura: La diaspora ebraica, la lingua, i riferimenti culturali sono tessuti in modo vivido e autentico.

Citazioni

"Tutta colpa di Terry. E' lui il mio sassolino nella scarpa... ho deciso di raccontare la vera storia della mia vita dissipata."

"Sono sopravvissuto... a un processo per omicidio e a tre mogli."

"Io sono un tipo impulsivo, preferisco gli errori ai rimpianti."

Nel 2010 inoltre il romanzo è stato tradotto in film con Paul Giamatti e Dustin Hoffman, presentato a Venezia e acclamato da pubblico e critica.

In conclusione, La versione di Barney è un ritratto vibrante di un uomo imperfetto, un'opera che intreccia humor, malinconia e soprattutto riflessioni profonde. E' una confessione sincera, piena di aneddoti caustici, relazioni intricate e conflitti interiori. Un romanzo che ci fa ridere, innamorare, arrabbiare, ma, soprattutto pensare.

Questo romanzo è consigliato per chi ama le storie autobiografiche con una voce ironica e autentica, a tutti gli appassionati di romanzi generazionali, di identità culturali e famiglie ebraiche, e per chi cerca un protagonista complesso, tra saggezza e goffaggine, ardore e memoria frammentaria.




lunedì 23 giugno 2025

Recensione : L' attesa di Matsumoto Seicho

 L'attesa (Tsuyokiari), pubblicato nel 1971 e recentemente tradotto in italiano da Adelphi, è un capolavoro del maestro del noir giapponese Seicho Matsumoto. In questo romanzo, l'autore intreccia una trama avvincente che esplora le profondità dell'animo umano, mettendo in luce le contraddizioni e le ombre della società giapponese durante il boom economico degli anni 70.

Trama

La protagonista, Isako, è una donna giovane e ambiziosa, sposata con Nobukiro Sawada, un anziano e facoltoso ingegnere. Insoddisfatta della sua vita coniugale e desiderosa di indipendenza, Isako trama nell'ombra per liberarsi del marito e ottenere il suo patrimonio. La sua relazione con un giovane amante e la successiva morte sospetta della donna con cui quest'ultimo conviveva, innescano una serie di eventi che porteranno Isako a manipolare avvocati e situazioni legali per raggiungere i suoi scopi. Ma il destino ha in serbo per lei un epilogo inaspettato, dove il caso gioca un ruolo decisivo.

Temi principali

- Ambizioni e manipolazione: Isako incarna la figura della dark lady, pronta a tutto pur di ottenere ciò che desidera, anche a costo di sacrificare gli altri.

- Critica sociale: Matsumoto dipinge un Giappone in cui il progresso economico va di pari passo con il declino etico, mettendo in lue la corruzione morale della classe dirigente e la perdita di valori tradizionali. 

- Il ruolo del caso: Nonostante le macchinazioni dei personaggi, è il caso a determinare l'esito finale, sottolineando l'imprevedibilità della vita e la fragilità dei piani umani.

Stile narrativo

La prosa di Matsumoto è precisa e incisiva, con una narrazione che alterna introspezione psicologica e tensione narrativa. L'autore costruisce un'atmosfera opprimente e densa, dove ogni dettaglio contribuisce a creare un senso di inevitabile tragedia. La struttura del romanzo, con il diario personale di Isako, offre al lettore un accesso privilegiato ai suoi pensieri e alle sue motivazioni, rendendo la lettura ancora più coinvolgente.

Citazioni

"La giornata diventava semplice una volta che fingevi, anzi, diventava più vera grazie al fatto che avevi cambiato atteggiamento; la recitazione diventava la realtà e influenzava ogni cosa in un modo che sembrava positivo. In effetti, era preferibile alla realtà"

"A volte l'amore è una guerra silenziosa"

Curiosità

Seicho è considerato il padre del noir giapponese, con oltre 300 romanzi all'attivo. Le sue opere spesso riflettono le tensioni sociali e morali del Giappone del dopoguerra.

L'attesa è stato inizialmente pubblicato a puntate su una rivista giapponese, una pratica comune per l'epoca.

il romanzo è stato recentemente riscoperto e tradotto in diverse lingue, ricevendo apprezzamenti per la sua attualità e profondità psicologica.

Suggerimenti di lettura 

Sei hai apprezzato L'attesa, potresti essere interessato anche:

- Tokyo Express di Seicho Matsumoto: Un altro capolavoro dell'autore, che combina indagine polizesca e critica sociale.

- La ragazza del Kyushu di Seicho Matsumoto: Un romanzo che esplora le ingiustizie del sistema giudiziario giapponese.

- Un posto tranquillo di Seicho Matsumoto: Una storia di perdita e scoperta che svela l'abisso del male.

L'attesa è un romanzo che affascina e inquieta, offrendo una riflessione profonda sull'ambizione, la moralità e l'imprevedibilità della vita. Con una protagonista indimenticabile e una trama avvincente, Matsumoto ci regala un'opera che rimane attuale e coinvolgente, confermando il suo ruolo di maestro del noir giapponese.


martedì 6 agosto 2024

Magari domani resto

 "Nessuno può fare niente per nessuno, e tu non sei da meno. Non puoi fare niente per me, e aggiunsi: Anzi, si, una cosa, invece, potresti farla: preoccuparti di come sto e non di quel che faccio, potresti chiedermi di me e non sempre il mio lavoro. Regalarmi un sorriso e dirmi che andrà tutto bene. Ma capisco di pretendere troppo."

Luce di notte, trentasette anni napoletana. Vive nei quartieri spagnoli di Napoli, di professione fa l'avvocato, ma, non è la classica eroina a cui siamo abituati. 
Capelli corti, jeans e converse, si sommano ad un carattere pronunciato ed estremamente forte. Luce è un pò maschio e un pò femmina, e come tutti gli essere umani ha paure delle emozioni. Le teme, perché ha sempre sofferto della mancanza di un punto familiare fermo che sarebbe dovuto essere il papà. Luce è cresciuta da due mamme come possiamo evincere dal romanzo, quella naturale e quella adottiva, della nonna Giuseppina. Al tutto si aggiunge una relazione finita male, un meraviglioso cane di nome Alleria e un vicino di casa Don Vittorio Guanella, un nonnino deambulante che vive da solo con la sola compagna della sua musica jazz.
Luce svolge la sua professione di avvocato presso lo studio legale di Arminio Geronimo. Il primo incarico che viene assegnato a Luce quello di dover valutare se Carmen Bonavita ( separata dal marito ), sia una brava madre per il piccolo Kevin, fa si che quella corazza tanto forte di Luce Di Notte inizi a sgretolarsi.
In primo luogo resta sorpresa dal bambino Kevin, perché egli non assomiglia affatto ai genitori anzi sembra essere totalmente l'opposto. Parla un italiano perfetto, è intelligente, educato, e ha tanta voglia di imparare cose nuove, e di studiare tanto che agli occhi chi guarda sembra lui colui che è investito del compito di educare quel padre e quella madre che no perdono mai occasione di dare spettacolo con i loro litigi.

Luce cresce in una ambiente familiare dove con la mancanza prematura del suo papà, e spesso in conflitto ad una madre bigotta, e molto religiosa dove ne trova spesso conforto. Questo porta la donna a chiudersi, e cerca sempre di insegnare l'onestà, la bontà e il perdono ai propri figli. 
Altre figure importanti e di insegnamento sono Kevin e Don Vittorio Guanella. Il primo perché con la sua innocenza apre gli occhi alla protagonista, il secondo perché le insegna a scegliere ad incamminarsi sul suo personale percorso senza accontentarsi di vivere sul sentiero più sicuro e semplice.

Alcune citazioni che mi hanno colpito leggendo questo romanzo.

"La felicità è silenziosa. Sei fai troppo casino, lei ti passa sulla testa e nemmeno la senti".

" Più che la parola di Nostro Signore, insomma, è stata la vita stessa a forgiare, e lo ha fatto nel modo più semplice guardandomi da lontano, come la madre con il figlioletto gioca a qualcosa di pericoloso e non interviene. Al mondo si impara a stare anche e sopratutto cadendo, sbucciandosi un ginocchio e sanguinando. Nessuno ha mai assorbito nulla da un giorno di quiete."

"La vita è un continuo cambiare abitudini, amicizie, modi di fare e di pensare, ideali, amori. Tuttavia quando poi ti ritrovi dinanzi a una vecchia abitudine allora capisci quanto ti sia mancata, quanto ti abbia marchiato la pelle senza che tu te ne accorgessi."

"Non parlerei d'amore, una parola abusata, parlerei piuttosto di "attenzioni". Quello che ci manca, tutto quello che può farci sentire meglio, è racchiuso in questa piccola parolina... "Attenzioni".

"I veri angeli riescono a proteggere le persone che amano".

"Quei lividi oggi mi costringono a essere come sono. Perché purtroppo possiamo donare agli altri unicamente ciò che abbiamo ricevuto, e chi ha avuto solo nu muorzo non ha anche voglia di star li a fare lo schizzinoso, e allora scaraventa sul tavolo tutto il puculillo messo da parte, senza fare distinzioni fra bello e brutto. Che piaccia o meno".

"La vita ti ha insegnato non tanto a schivare i fossi, quanto a saper ammortizzare la botta".

"E che per cercare di dimenticare le cose brutte del passato, rischi di dimenticare anche quelle importanti".

"Che ti devi lasciare andare alla vita e non scegliere tu per lei, perché domani potresti pentirti."

"Si diventa adulti imparando a vedersela da soli, fin da bambini, perché più vai avanti e più sulla strada incontri gente che ti spinge, ti prende in giro e se ne approfitta. Però è anche vero che non siamo tutti uguali, ognuno ha i suoi tempi, ognuno il suo trascorso più o meno traumatico, ognuno si sceglie la strada che ritiene migliore per uscire da quel grande imbuto che è infanzia. Ognuno ha il suo passo, e quel passo va rispettato. Chi resta indietro non va né aiutato, né sospinto, solo atteso."

"Veniamo al mondo per assolvere qualcosa di meraviglioso."

Autore: Lorenzo Marone 
Editore: Feltrinelli
Titolo: Domani magari resto.



Recensione : La notte del cuore di Nathacha Appanah

Ci sono libri che raccontano il dolore. E poi ci sono libri che provano a restituire un nome, un volto e una voce a chi quel dolore lo ha su...