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giovedì 27 agosto 2026

Recensione - Gli innamorati di Peppe Fiore

Ci sono romanzi che raccontano l’amore quando tutto va bene e altri che scelgono di raccontarlo proprio nel momento in cui le certezze cominciano a sgretolarsi. Gli innamorati di Peppe Fiore appartiene decisamente alla seconda categoria. È un romanzo sull’amore, certo, ma soprattutto sulla fiducia, sulla menzogna, sulla conoscenza dell’altro e su quella domanda che, prima o poi, può attraversare qualsiasi relazione: quanto conosciamo davvero la persona che abbiamo scelto di amare?

Pubblicato da Einaudi nel 2023, il romanzo porta il lettore dentro una Roma borghese, elegante e ambiziosa, una città fatta di arte, politica, professioni prestigiose, relazioni importanti e privilegi. Ma dietro le terrazze, gli eventi culturali e le vite apparentemente perfette esiste un’altra Roma, fatta di compromessi, interessi, ambizioni e segreti. È proprio in questa città che Peppe Fiore ambienta la storia di Flaminia Aloisi e Carmine Rebora, una coppia sposata da circa vent’anni e apparentemente capace di resistere a tutto. 

Flaminia e Carmine si sono conosciuti giovani. Lui era ancora lontano dall’uomo affermato che diventerà, lei apparteneva a un ambiente privilegiato. Si sono scelti quasi immediatamente, con quella sicurezza che a volte appartiene agli amori giovanili quando non hanno ancora imparato a fare i conti con la prudenza. Da allora hanno costruito una famiglia, hanno avuto una figlia e hanno raggiunto una posizione sociale importante.

Flaminia dirige un importante museo cittadino ed è immersa quotidianamente nel mondo dell’arte e della cultura. Carmine è un architetto stimato, inserito nei circuiti professionali e politici della capitale. Vivono in un attico con vista sul Tevere e sembrano possedere tutto ciò che una certa idea di felicità borghese considera desiderabile.

Ma Peppe Fiore ci mostra fin dall’inizio che la perfezione è soltanto una superficie.

E basta una crepa per scoprire ciò che si nasconde sotto.

La crepa arriva sotto forma di un temporale che si abbatte su Roma e che, metaforicamente, sembra voler trascinare via tutte le certezze dei protagonisti. In mezzo a una città paralizzata dalla pioggia e dall’esondazione del Tevere, la Guardia di Finanza arriva a casa di Flaminia per prelevare Carmine. L’uomo è accusato di riciclaggio. Da quel momento la vita della protagonista cambia radicalmente. 

La forza del romanzo nasce proprio da questo cortocircuito: l’uomo che Flaminia ama, quello con cui ha condiviso vent’anni di vita, potrebbe non essere affatto quello che lei credeva.

E allora l’indagine giudiziaria diventa anche un’indagine sentimentale.

Flaminia comincia a interrogarsi sul proprio matrimonio, sul passato di Carmine e sulle cose che non ha visto o che forse non ha voluto vedere. La ricerca della verità diventa inevitabilmente anche una ricerca dentro se stessa. Perché quando una persona che amiamo ci nasconde qualcosa, non ci chiediamo soltanto perché abbia mentito: cominciamo a domandarci se abbiamo mai conosciuto davvero quella persona.

È qui che Gli innamorati smette di essere semplicemente una storia matrimoniale e diventa un romanzo sulla fragilità dei legami.

Il matrimonio, nelle pagine di Fiore, non è presentato come un punto di arrivo. È piuttosto una costruzione quotidiana, qualcosa che richiede fiducia, complicità e una continua disponibilità a riconoscere l’altro. Ma proprio perché il matrimonio mette insieme due vite, contiene anche una componente di mistero. Ci sono zone dell’altro che non possiamo conoscere completamente, per quanto lunga sia la convivenza.

La domanda implicita del romanzo è quindi inquietante: quanto di una persona appartiene davvero a chi la ama?

Flaminia deve fare i conti con questa distanza.

E deve farlo mentre intorno a lei anche il mondo professionale e sociale comincia a vacillare. Il caso di Carmine non rimane confinato alla dimensione privata: coinvolge relazioni, reputazioni, interessi e ambienti della borghesia romana. Fiore costruisce così un affresco sociale nel quale la storia d’amore si intreccia con l’arte, la politica, gli appalti e il potere. 

La Roma del romanzo è dunque molto più di una semplice ambientazione. È quasi un personaggio.

È una città affascinante e contraddittoria, elegante e decadente, piena di bellezza ma anche di compromessi. La Roma raccontata da Fiore appartiene a un mondo in cui le relazioni personali possono diventare strumenti di potere e in cui il confine tra cultura, politica e interessi economici appare spesso molto sottile.

L’autore riesce a raccontare questo ambiente senza trasformarlo in una semplice caricatura. La sua ironia è pungente, ma non distruttiva. Fiore guarda i propri personaggi con lucidità, evidenziandone le debolezze, le ambizioni e le contraddizioni, ma senza privarli della loro umanità.

Questo è uno degli aspetti più riusciti del romanzo.

Nessuno è completamente innocente.

Nessuno è completamente colpevole.

I personaggi sono persone che cercano di proteggere ciò che hanno costruito, anche quando per farlo sono costrette a nascondere qualcosa, a mentire o a sacrificare una parte di se stesse.

Flaminia, soprattutto, è un personaggio che cresce attraverso la crisi. All’inizio sembra vivere dentro una realtà ordinata, nella quale ogni elemento occupa il proprio posto. La vicenda di Carmine la costringe invece a mettere tutto in discussione. Il suo percorso non consiste soltanto nel cercare la verità sul marito, ma nel capire quale sia la propria verità.

Ed è forse questo il vero viaggio del romanzo.

Non sapere chi sia davvero Carmine significa, per Flaminia, dover scoprire chi sia lei senza Carmine.

Il tema della fiducia diventa quindi centrale. Fidarsi significa consegnare a un’altra persona una parte della propria vulnerabilità. Significa credere che quella persona non userà contro di noi ciò che le abbiamo affidato. Ma cosa succede quando questa fiducia viene meno?

Fiore non offre una risposta semplice.

Anzi, rende la domanda ancora più difficile mostrando che l’amore non scompare necessariamente quando la fiducia viene ferita. Può rimanere. Può persino diventare più forte. Ma cambia forma.

E proprio qui emerge la particolare sensibilità dell’autore nel raccontare i sentimenti.

Gli innamorati non è un romanzo sentimentale nel senso tradizionale del termine. Non troviamo un amore idealizzato, fatto soltanto di grandi dichiarazioni e momenti romantici. L’amore di Flaminia e Carmine è un amore adulto, costruito negli anni, pieno di abitudini, ricordi, gesti quotidiani e compromessi.

È un amore che ha attraversato il tempo.

E proprio per questo è più difficile da definire.

Fiore riesce a raccontare molto bene anche il rapporto tra amore e memoria. Quando una relazione entra in crisi, infatti, non viene messo in discussione soltanto il presente: viene riscritto anche il passato. Ogni ricordo cambia significato alla luce di ciò che abbiamo scoperto.

Un gesto che sembrava romantico può diventare sospetto.

Una frase può acquistare un significato diverso.

Un ricordo felice può trasformarsi in una domanda.

Questa capacità di modificare retroattivamente la percezione del passato è una delle intuizioni più interessanti del romanzo.

Lo stile di Peppe Fiore contribuisce enormemente alla riuscita della storia. La scrittura è scorrevole, elegante, ironica e visiva. Le scene sembrano spesso costruite con un ritmo quasi cinematografico, caratteristica non sorprendente considerando anche il lavoro dell’autore come sceneggiatore. La narrazione procede attraverso capitoli brevi e una struttura che alterna il presente della crisi ai ricordi della storia tra Flaminia e Carmine. 

Questa struttura permette al lettore di conoscere progressivamente la coppia, non soltanto nel momento della crisi ma anche nel tempo in cui quell’amore è nato e cresciuto.

E questo è fondamentale.

Perché per capire cosa rischia di perdere Flaminia bisogna prima conoscere ciò che ha avuto.

Fiore riesce così a costruire una tensione che non dipende soltanto dalla domanda su cosa abbia fatto Carmine. Il vero interesse risiede nelle conseguenze che la verità avrà sulla relazione.

Il lettore si trova quindi davanti a un doppio interrogativo: cosa è successo davvero e, soprattutto, cosa ne sarà di loro?

Il temporale che attraversa Roma diventa allora una metafora perfetta dell’intera vicenda. La pioggia arriva quando tutto sembra tranquillo e trasforma rapidamente la città. Allo stesso modo, la crisi di Carmine irrompe nella vita di Flaminia quando il matrimonio sembra ormai consolidato.

Ma i temporali, prima o poi, finiscono.

E questa possibilità attraversa tutto il romanzo.

Non come certezza, ma come speranza.

Gli innamorati è anche un libro sulle seconde possibilità. Sul fatto che una relazione possa arrivare davanti a un bivio e che, proprio quando sembra più facile lasciarsi andare, possa esistere la possibilità di scegliersi nuovamente.

Non si tratta di cancellare ciò che è accaduto.

Si tratta di decidere se ciò che è accaduto debba necessariamente distruggere tutto ciò che è venuto prima.

Questa è forse la parte più umana del romanzo.

Peppe Fiore non giudica i suoi personaggi dall’alto. Li osserva da vicino, con ironia e partecipazione. Li lascia sbagliare, mentire, desiderare, soffrire e cercare una via d’uscita.

E proprio per questo diventano credibili.

Gli innamorati è un romanzo che, dietro la storia di Flaminia e Carmine, racconta molto più di una crisi matrimoniale. Racconta una generazione, un certo modo di vivere la borghesia romana, il rapporto tra potere e cultura, l’ambizione sociale e soprattutto la difficoltà di mantenere vivo un legame quando la vita ci costringe a scoprire che la persona accanto a noi conserva sempre una parte di mistero.

È un romanzo sulla distanza che può esistere anche tra due persone che dormono nello stesso letto.

Ma è anche un romanzo sulla possibilità di attraversare quella distanza.

Alla fine della lettura, ciò che resta non è tanto il desiderio di stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. Rimane piuttosto una domanda molto più difficile: quando amiamo davvero qualcuno, amiamo la persona che abbiamo davanti oppure l’immagine che negli anni abbiamo costruito di quella persona?

È una domanda che Fiore lascia aperta.

Ed è proprio per questo che Gli innamorati continua a lavorare dentro il lettore anche dopo l’ultima pagina.

Perché tutti, almeno una volta, abbiamo creduto di conoscere qualcuno.

E forse amare significa anche accettare che non lo conosceremo mai completamente.

Peppe Fiore costruisce così un romanzo intelligente, ironico e profondamente umano, nel quale l’amore non è una certezza ma una scelta che deve essere rinnovata quando le fondamenta cominciano a tremare.

Un libro sulla fiducia, sulle bugie e sulla possibilità di ricominciare. Ma soprattutto un libro che ci ricorda quanto sia fragile, misterioso e ostinato l’amore.


martedì 18 agosto 2026

Recensione - Uvaspina di Monica Acito

 Ci sono libri che raccontano una città e libri che riescono a farla respirare. Uvaspina di Monica Acito appartiene a questa seconda categoria. È un romanzo che ha il sapore del mare, l'odore delle strade, la voce dei vicoli e la forza contraddittoria di una Napoli che sa essere madre e matrigna, accogliente e feroce, luminosa e allo stesso tempo sa essere oscura. Ma soprattutto è la storia di un ragazzo che cerca disperatamente un posto nel mondo e che deve imparare, attraverso il dolore, l'amore e la perdita, a riconoscere se stesso. 

Pubblicato dalla casa editrice Bompiani nel 2023, Uvaspina è il romanzo d’esordio di Monica Acito, già vicitrice del Premio Italo Calvino per la narrativa breve nel 2021. Fin dalle prime pagine si percepisce la particolarità della sua scrittura - una lingua viva, impastata di italiano e napoletano, capace di passare dalla poesia alla crudezza, dalla tenerezza alla violenza senza mai perdere la propria identità. 

Al centro della storia c'è Carmine Riccio, conosciuto da tutti come Uvaspina. Il soprannome nasce da una piccola voglia sotto l'occhio, simile a un acino d'uva, che fin dalla nascita diventa una sorta di marchio. Uvaspina è un ragazzo fragile, sensibile, diverso dagli altri e proprio per questo continuamente esposto allo sguardo e al giudizio di chi lo circonda. 

La sua famiglia è il primo luogo in cui questa diversità diventa sofferenza. 

Il padre, Pasquale Riccio, è un notaio che prova nei confronti del figlio una vergogna difficile da nascondere. La madre, la Spaiata, è una donna dominata dal bisogno di attenzione e dalla paura di perdere il proprio ruolo all'interno della famiglia. E poi c'è Minuccia, la sorella, forse il personaggio più inquietante e magnetico del romanzo. 

Tra Uvaspina e la sorella Minuccia esiste un rapporto fatto di amore e odio, dipendenza e sopraffazione. Minuccia possiede una forza quasi incontenibile e sembra conoscere perfettamente i punti deboli del fratello. Lo provoca, lo umilia, lo schiaccia, ma allo stesso tempo è legata a lui da un vincolo che nessuno dei due riesce davvero a spezzare. Il loro rapporto diventa così una delle rappresentazioni più dolorose della famiglia raccontate dall'autrice - un luogo nel quale l'amore può trasformarsi in possesso e la vicinanza può diventare una forma di violenza. 

Uvaspina, invece, sembra destinato a subire. È abituato a farsi piccolo, a non reagire, a sopportare. È come se avesse imparato molto presto che per sopravvivere nella propria famiglia occorra occupare meno spazio possibile. 

Ma proprio questa sua fragilità diventa, lentamente, la forza del personaggio. 

Il romanzo è anche una storia di formazione. Uvaspina deve attraversare l'infanzia e l’adolescenza, confrontarsi con il proprio corpo, con la propria identità e con lo sguardo degli altri. La sua diversità sessuale diventa uno dei punti centrali della vicenda, soprattutto attraverso l'esperienza del pregiudizio e dell'omofobia. L'autrice non affronta questi temi attraverso discorsi molto teorici, ma attraverso il corpo e la vita quotidiana del protagonista, mostrando quanto possa essere doloroso crescere quando il mondo cerca continuamente di dirti chi dovresti essere. 

Ed è qui che il romanzo diventa particolarmente intenso. 

Uvaspina non vuole semplicemente essere accettato dagli altri, ma vuole riuscire ad accettare se stesso. 

La sua trasformazione passa soprattutto attraverso l'incontro con Antonio, un pescatore dagli occhi di colore diverso, figura affascinante e quasi mitologica all'interno del romanzo. Antonio rappresenta per Uvaspina qualcosa che fino al quel momento gli era mancato - la possibilità di essere guardato senza vergogna, di essere desiderato, ascoltato e riconosciuto. 

Il loro incontro apre una dimensione completamente nuova nella vita del protagonista. L'amore diventa scoperta, desiderio, corpo, ma anche possibilità di rinascita. Antonio sembra indicargli una strada diversa, una possibilità di esistenza nella quale Uvaspina possa finalmente smettere di essere ciò che gli altri hanno deciso che sia.

Ma dentro al protagonista l'amore non è mai semplice. 

È sempre accompagnato dal rischio della perdita, dalla paura, dalla violenza delle circostanze e dall’impossibilità di sottrarsi completamente al proprio destino. 

Ed è proprio il destino uno dei grandi temi del romanzo. 

I personaggi sembrano muoversi all'interno di una storia già scritta, come se ognuno fosse costretto a interpretare un ruolo. Uvaspina è quello fragile, Minuccia quella forte e distruttiva, la Spaiata la donna che vive attraverso la teatralità del dolore, Pasquale l'uomo che si nasconde dietro il decoro e le convenzioni. 

La famiglia Riccio diventa così una sorta di palcoscenico nel quale tutti recitano la propria parte. 

Ma l'autrice si chiede continuamente se sia davvero possibile liberarsi dal ruolo che ci è stato assegnato. È questa forse, la domanda più profonda del romanzo.

Possiamo diventare qualcun altro rispetto a ciò che gli altri hanno deciso per noi?

La risposta non è mai semplice. Napoli, nel frattempo, osserva tutto. E Napoli è uno dei personaggi più importanti del libro. 

La città viene raccontata attraverso le sue contraddizioni. Il mare e i vicoli, la bellezza e il degrado, i palazzi nobiliari e le zone più povere, le chiese, le leggende, il dialetto, il cibo, la superstizione e quella particolare teatralità che appartiene profondamente alla cultura napoletana. 

Tra i luoghi più importanti compare Palazzo Donn'Anna, sul mare di Posillipo, che assume quasi una dimensione mitologica. Il confine tra la città reale e quella immaginata diventa continuamente più sottile. Napoli non è semplicemente il luogo in cui la vicenda si svolge, è una creatura viva che respira insieme ai personaggi. 

Il mare, soprattutto, ha una funzione simbolica fondamentale. Può accogliere e proteggere, ma può anche inghiottire. Può rappresentare una fuga, ma anche un ritorno. Può diventare il luogo nel quale nascono l'amore e il desiderio, ma anche quello in cui si consumano dolore e perdita. 

La scrittura di Monica Acito è probabilmente l'elemento che più colpisce durante la lettura. È una scrittura fisica, sensoriale, a tratti selvaggia. Le parole sembrano avere un odore, un sapore, una temperatura. L'autrice mescola italiano, napoletano, espressioni popolari e immagini poetiche creando una lingua personale. Non è soltanto una scelta stilistica, ma è un modo attraverso il quale la città e i suoi abitanti acquistano una voce propria. A volte la prosa è dolce, altre volte sembra violenta. Può essere ironica e immediatamente dopo diventare dolorosa. È una lingua che non vuole stare ferma, proprio come Napoli. E forse è proprio questo il grande pregio di Uvaspina: non cerca di rendere la realtà più bella di quanto sia. La famiglia viene mostrata nelle sue deformazioni. L'amore nelle sue contraddizioni. Il desiderio nella sua forza. La diversità nella sua solitudine. La città nella sua bellezza e nella sua ferocia. 

Anche il rapporto tra Uvaspina e Minuccia merita una particolare attenzione. È uno dei legami più complessi del romanzo perché non può essere racchiuso nella semplice contrapposizione tra vittima e carnefice. C'è qualcosa di profondamente malato nel loro rapporto, ma anche qualcosa di indissolubile. Minuccia ferisce il fratello, ma allo stesso tempo sembra aver bisogno di lui. Uvaspina soffre per lei, ma non riesce a liberarsene completamente. È un legame familiare che mostra quanto sia difficile separarsi da chi ci fa male quando quella stessa persona appartiene alla nostra storia più profonda. 

In questo senso il protagonista Uvaspina è anche un romanzo sulla famiglia. Non sulla famiglia ideale, ma sulla famiglia reale - quella fatta di amore e rancore, silenzi, dipendenze, segreti, ricatti emotivi e desiderio di essere finalmente riconosciuti. Poi vediamo il tema dell'identità. Uvaspina cresce cercando di capire chi sia. La sua diversità non è soltanto qualcosa che gli altri vedono - è qualcosa con cui lui stesso deve imparare a convivere. La sua ricerca diventa quindi universale. In fondo, ogni lettore può riconoscersi nella necessità di trovare un modo personale di stare nel mondo, liberandosi almeno in parte delle aspettative degli altri. 

Per questo il romanzo, pur essendo profondamente napoletano, riesce a parlare a tutti.

Perché dietro la storia di Uvaspina c'è una domanda che appartiene a ogni essere umano: quanto di ciò che siamo nasce davvero da noi e quanto, invece, è stato costruito dallo sguardo degli altri?

La lettura di Uvaspina non è sempre facile. È un romanzo che può ferire, soprattutto quando racconta la crudeltà familiare, il bullismo, il pregiudizio e la solitudine. Ma proprio questa durezza impedisce alla storia di diventare una favola consolatoria.

Monica Acito non promette una guarigione semplice. Racconta piuttosto la fatica di diventare se stessi. E lo fa attraverso una lingua che sembra provenire direttamente dal ventre della città.

Alla fine della lettura rimane soprattutto Uvaspina. Rimane la sua fragilità, il suo desiderio di amore, la sua difficoltà a difendersi, ma anche la sua ostinazione a cercare una possibilità diversa.

Rimane Napoli, con il suo mare e le sue contraddizioni. Rimane una famiglia incapace di amarsi senza ferirsi. E rimane una scrittura che non si dimentica facilmente.

Uvaspina è un romanzo di formazione, ma anche una storia d'amore, una saga familiare, un racconto sulla diversità e una dichiarazione d'amore alla città di Napoli. È un libro sulla ricerca di sé e sulla necessità, a volte dolorosa, di rompere i ruoli che ci sono stati assegnati.

Monica Acito, con questo romanzo d'esordio, dimostra di possedere una voce narrativa originale e riconoscibile. Una voce che non ha paura di sporcarsi le mani con la realtà, di attraversare il dolore, di mescolare poesia e dialetto, bellezza e violenza.

E forse è proprio questo il modo migliore per definire Uvaspina: un romanzo che, come il mare di Napoli, prima ti avvolge e poi ti trascina dentro.

Una volta arrivati alla fine, non si è più esattamente gli stessi lettori che hanno iniziato il viaggio.


giovedì 27 novembre 2025

Recensione Seni e Uova di Mieko Kawakami

 Ci sono romanzi che non raccontano soltanto una storia, ma diventano un varco. Un’apertura autentica attraverso cui guardare l’intimità, le paure e i desideri delle donne in un modo che spesso pretende da loro risposte impossibili. Seni e Uova di Mieko Kawakami è uno di questi libri. Profondo senza essere pesante, diretto senza mai perdere grazia, il romanzo si sviluppa come un lungo sguardo dentro il corpo e i pensieri femminili, messo a nudo con un coraggio che raramente si incontra nella narrativa contemporanea.

Kawakami costruisce una storia che mescola delicatezza e spigolosità. Un romanzo che tocca il cuore ma che allo stesso tempo interroga, provoca, mette a disagio. E’ un’opera che si muove sul crinale tra autobiografia emotiva e osservazione sociale, restituendo un mosaico complesso, intimo e potentissimo.


Al centro di questo romanzo troviamo tre figure femminili. Natsuko, la voce narrante, una scrittrice trentenne che vive a Tokyo e che attraversa un periodo di inquietudine esistenziale e creativa. Makiko, la sorella maggiore, ossessionata dalla possibilità di rifarsi il seno come risposta alla propria insicurezza e alla pressione sociale. Midoriko, la figlia adolescente di Makiko, che vive il corpo come un territorio estraneo e spesso ostile, tanto da rifiutare quasi completamente la comunicazione verbale. 


La storia che leggiamo in questo libro, si divide in due movimenti. 

La prima parte vediamo: Il corpo come campo di battaglia. Makiko e Midoriko arrivano a Tokyo per una breve visita a Natsuko. La madre è determinata a sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica per modificare il suo seno, convinta che questo cambiamento le permetterà di recuperare un’immagine di sé più dignitosa, più accettabile. Midoriko, invece, vive un silenzio ostinato e pieno di rabbia, come un rifiuto che nasce dalla paura di diventare donna in un mondo che le chiede troppo e troppo in fretta.


Le tre donne convivono in un piccolo appartamento, e Kawakami fa entrare il lettore nella loro intimità fatta di tensioni sottili, frasi non dette, gesti minimi che rivelano universi emotivi profondi.


Nella seconda parte vediamo la maternità come scelta radicale. Anni dopo, Natsuko riflette sulla possibilità madre tramite inseminazione artificiale. Non desidera un compagno, non cerca una famiglia ( tradizionale ) ma vuole capire se il suo desiderio di maternità sia autentico o soltanto una richiesta esterna, un’eco delle aspettative sociali. La sua ricerca la conduce in un viaggio attraverso centri medici, consulenze, incontri con donne che hanno fatto scelte diverse.


Natsuko non è un’eroina, non è una donna impeccabile. E’ fragile, indecisa, profondamente sincera. Mette in discussione tutto, la maternità, il corpo, la solitudine, il senso di essere al mondo, e questo la rende straordinariamente reale.


In questo romanzo inoltre possiamo scoprire il corpo femminile come prigione e come possibilità. Il seno, le mestruazioni, la pelle che cambia. Kawakami descrive il corpo non come un oggetto estetico, ma come un territorio emotivo. Ogni donna del romanzo lo vive con paura, con desiderio, con repulsione, con speranza.

Natsuko è sola, ma non per scelta, ma è sola perché non trova un linguaggio che la avvicini davvero agli altri. Il romanzo è percorso da un senso di quieta malinconia che accompagna ogni sua riflessione. La maternità viene visto come una questione filosofica, e non è mai un obbligo, né una missione. È un dilemma etico, biologico ed affettivo. Kawakami la tratta con rispetto, con dubbi e con la giusta delicatezza. 

Un altro punto essenziale sono le classi sociali e le loro ferite. Makiko e Natsuko arrivano da un’infanzia povera, e la loro povertà non sparisce ma resta nelle abitudini, nella vergogna, nel rapporto con la città. Poi vediamo il potere delle donne di raccontarsi. Il romanzo offre uno spazio alla voce femminile, libera da filtri, da strategie narrative maschili, da retoriche di empowerment. È una voce scomoda e vera.


Nel libro di Kawakami le pagine sono intrise di una quieta malinconia giapponese, come le strade umide di Tokyo, gli appartamenti minuscoli, i treni affollati, i dialoghi a bassa voce, il caldo opprimente dell’estate, il silenzio impenetrabile di Midoriko. L’autrice scrive come se stesse toccando la pelle del lettore, una lingua piena di pudore e allo stesso tempo di verità crude.


La prosa di Kawakami è semplice solo in apparenza. Ogni frase contiene una tensione sotterranea, una vibrazione emotiva minuta che cresce lentamente. L’autrice non ha paura di entrare nelle pieghe del quotidiano, nelle conversazioni spente, nei pensieri ripetuti, in quella zona d’ombra in cui le donne spesso si muovono senza essere viste. C’è una musicalità negli scambi tra le protagoniste, un ritmo fatto di pause, sguardi, oggetti posati sul tavolo, vestiti ripiegati, borse appoggiate in un angolo. È un romanzo che vive di dettagli e proprio per questo appare così vero.


Questo romanzo va letto, perché è un libro che sa rompere il silenzio, perché parla in modo franco di maternità, corpo, desiderio e paura senza offrire risposte semplici. Kawakami con questo romanzo riesce a dar voce alle donne che dubitano, si contraddicono, soffrono, amano, resistono. Questo libro permette al lettore di entrare in un’intimità femminile contemporanea raccontata con onestà e con una bellezza mai esibita.

È un libro che resta dentro, che si insinua lentamente, che costringe a guardare il corpo proprio e quello altrui con particolare attenzione.



Recensione: Tanta ancora Vita di Viola Ardone

 In Tanta ancora Vita, Viola Ardone ci regala un romanzo intimo e potente, che riesce ad intrecciare la guerra moderna e l’amore materno con la speranza fragile di chi ha perso tutto, ma non rinuncia alla vita. E’ una storia a più voci, ma il suo vero cuore pulsa nell’incontro inaspettato tra Vita, una donna segnata da un lutto devastante, e Kostya, un ragazzo ucraino di dieci anni che arriva da solo a Napoli.


La mattina in cui Vita apre la porta di casa e vede Kostya accoccolato sullo zerbino, la sua esistenza, già segnata dalla sofferenza, cambia per sempre. Il bambino non parla la sua lingua, porta con sé la foto di una madre che non ha mai conosciuto, e un indirizzo come speranza fragile. Il padre di Kostya è al fronte, in mezzo al conflitto ucraino, e la sua assenza pesa come una ferita aperta.


Vita, invece, è una donna che ha perso un figlio quattro anni prima. Le sue giornate scorrono tra il silenzio e la malinconia, la solitudine e il vuoto. L’arrivo di Kostya è un atto di grazia e di rottura, un destino che bussa alla sua porta per restare.


A fare da ponte tra loro c’è Irina, la nonna di Kostya, una donna di grande dignità, domestica a Napoli, che parla italiano con la grazia di un poeta e custodisce dentro di sé il desiderio di ricomporre la propria famiglia. Quando il padre di Kostya viene dato per disperso, Irina decide di tornare nel suo paese, e Vita, d’impulso, la segue. E’ un viaggio per salvare un altro e forse anche per salvarsi.


In questo romanzo che la scrittrice ci offre, vediamo che fanno capolino moltissimi temi importanti. Uno di questi è il rapporto tra Vita e Kostya. Non è una semplice adozione emotiva, ma è un tentativo di guarigione reciproca. Vita torna a prendersi cura perché sente che farlo è l’unico modo per dare un senso al vuoto che la abita. Un’altro punto molto importante è il conflitto in Ucraina. Non è solo uno sfondo storico, ma una presenza concreta e dolorosa. Le sue conseguenze si riflettono nelle vite dei personaggi, nelle assenze, nei ricordi, nei sogni infranti. Come spesso accade nei libri di Viola Ardone, l’incontro tra essere umani è visto come un segno di speranza. Kostya e Vita sono anime che sembravano condannate al silenzio, ma la vita li sorprende, con estrema tenerezza, e con estremo coraggio.

Il lieto fine non è semplice. La decisione di partire per l’Ucraina non è solo generosità, ma coraggio, un atto di salvezza che richiede tutto di sé. In quel viaggio, Vita non cerca una consolazione comoda, ma un significato più grande.


Viola Ardone usa una prosa limpida, essenziale, ma immensamente potente. La sua scrittura ha il ritmo del respiro, calma, profonda, interrotta da sobbalzi emotivi, come la vita stessa avesse una melodia segreta che si può solo intuire. 

I personaggi sono tracciati con delicatezza. Kostya ha una voce fatta di speranza e paura, Irina parla con un accento lirico che evoca la lontananza, Vita racconta con un tono pacato ma spezzato, come se ogni parola le costasse fatica ma fosse necessaria.

L’ambientazione è reale ma carica di simbolismo. Napoli, con le sue strade complicate; la casa in cui Vita vive, che sembra un santuario di ricordi, il viaggio in Ucraina, metafora della salvezza e della perdita.


Consiglio questo romanzo ad un pubblico di lettori che amano le storie di resilienza e di speranza anche nei momenti più bui. Per chi sente il bisogno di riflettere sull’umanità al di là delle frontiere. Per chi apprezza romanzi in cui si uniscono il tragico e il tenero con delicatezza e profondità. Per chi crede che l’incontro tra persone diverse possa davvero cambiare il destino, o almeno restituire un pò di vita dove sembrava ormai perduta.


Tanta ancora Vita, è un abbraccio narrativo, doloroso, potente, incredibilmente vero. L’autrice di questo romanzo non ci regala facili consolazioni, ma ci propone qualcosa di più importante, un invito a credere che la vita, anche dopo la ferita, possa restare piena di significato. Un invito a guardare l’altro con gentilezza, a tenere la mano, a non smettere mai di sperare.



lunedì 17 novembre 2025

Platone - Una storia d'amore di Matteo Nucci

 Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma la respirano, la scavano, la interrogano fino alle radici. Platone. Una storia d'amore appartiene a questa categoria rara, quella delle narrazioni che uniscono la densità del romanzo all'intelligenza della saggistica, e lo fanno con una naturalezza che disarma.
Matteo Nucci costruisce un'opera ibrida, al tempo stesso colta e sensuale, in cui la vita di Platone non è mai trattata come un oggetto da museo, ma come una materia pulsante, un movimento continuo di desideri, mancanza, illusioni e domande.

Il risultato è un romanzo che scorre come una confessione, come una lettera attraversata dalla malinconia degli anni e dalla nostalgia di ciò che non si può più trattenere; l'infanzia, l'amicizia totale, l'incontro con un maestro che segna per sempre.

Nucci dà voce a un Platone ormai anziano, consapevole che il proprio tempo sta per esaurirsi. Non ha più interesse per la retorica, né per la gloria politica che ha attraversato Atene in tempesta. Ciò che vuole, adesso, è restituire un racconto che non sia quello delle sue opere filosofiche, ma un ordine sentimentale.

Il romanzo segue un doppio movimento, da un lato vediamo la narrazione lineare della vita di Platone, l'infanzia nella famiglia aristocratica, la scoperta delle arti, il trauma della guerra, le delusioni politiche, i viaggi a Siracusa, la fondazione dell'Accademia, dall'altro un lento, struggente ritorno alla figura che più di tutte ha segnato la sua esistenza, Socrate.

Qui Matteo Nucci non ricrea un Socrate canonico, accademico, ma lo racconta come un uomo vivo, ironico, provocatore, seducente nel modo più disarmante. Un maestro che non educa con dogmi, ma con il dubbio.

Uno dei fili più intensi del libro è proprio la riflessione sull'amore. Nucci scava dentro l'Eros platonico non con il distacco del filosofo, ma con la vibrazione del romanziere.
Il Platone narratore torna continuamente alla propria educazione sentimentale, come l'amicizia giovanile che confina con l'adorazione, la delusione politica che si trasforma in ferita emotiva, l’incapacità di afferrare la natura di Socrate, a metà tra padre, amicone, amante mancato e mito vivente, la tensione verso la bellezza come richiamo assoluto come un qualcosa che non si possiede mai del tutto.

Matteo Nucci, fa emergere un Platone fragile, inquieto, affamato di senso. Un uomo che ha scritto pagine d'amore immortale, ma che resta schiacciato dalla distanza dolorosa tra l'amore ideale e quello umano.

In questo romanzo possiamo vedere moltissimi punti interessanti come l'educazione sentimentale, dove il romanzo è un lungo apprendistato emotivo, la formazione di Platone, prima ancora che intellettuale, è una formazione affettiva. Il legame con Socrate è raccontato come una storia d'amore nel senso più ampio, un affetto totalizzante, che trasforma e ferisce. La crisi di Atene, le ambizioni infrante, i rischi di Siracusa, il romanzo mostra un uomo che comprende quanto la politica sia l'arena più imperfetta per chi cerca la verità. L'autore restituisce un mondo greco pienamente corporeo, la palestra, il sudore, la danza, la sensualità dei giovani, la voce di Socrate che attraversa tutto come un richiamo. La scrittura è dominata da una malinconia che appartiene agli ultimi anni della vita, il bisogno di capire chi siamo stati, cosa abbiamo perso, cosa davvero resta.

La prosa è sensuale, morbida, colta ma mai ostentata. Nucci alterna lunghe frasi piene di ritmo a lampi improvvisi, quasi lirici. L'elemento più affascinante è il modo in cui unisce la profondità filosofica a una narrazione intima, vibrante, quasi fisica. 

Il lettore non sente di assistere a un trattato né a una biografia, entra nella testa di un uomo che ripensa la propria vita come si ripensa un amore finito.

Ne emergono pagine di meditazione pura, accanto a momenti di grande intensità emotiva. Il voto di Socrate al tramonto, i silenzi dell'Accademia, l'odore del mare durante il viaggio, il fuoco di Atene in guerra, la commozione improvvisa davanti a un giovane che recita versi.

Il romanzo ricrea una Grecia viva, sensoriale, come ad esempio, le strade di Atene al tramonto, la polvere delle palestre, i simposi illuminati da lucerne tremolanti, il calore del mare, la tensione dei discorsi pubblici, l'intimità delle lezioni improvvisate sotto i portici.

E sopratutto, la presenza di Socrate, una figura che il narratore descrive come se fosse ancora davanti a lui, pronta a sovvertire ogni certezza con una domanda semplice.

Platone, una storia d'amore non è un semplice romanzo storico, ma non è neppure un saggio romanzato. È una narrazione di formazione emotiva, una meditazione sull'amore, sulla bellezza, sul fallimento e sulla speranza. 

È un libro che chiede intimità, lentezza, ascolto. Un libro che non insegna concetti, ma rivela ferite. Nucci riesce a trasformare Platone in un uomo vivo, inquieto, sensibile, che guarda indietro e capisce che la grande storia dell'umanità è sempre e comunque una storia d'amore.

martedì 11 novembre 2025

La donna giusta di Sàndor Marai

La struttura de La donna giusta è un raffinato gioco di specchi narrativi. Il romanzo si compone di quattro monologhi, quattro confessioni che si rincorrono e si contraddicono, rivelando la molteplicità e la fragilità dell'animo umano.

Tutto ruota attorno a una figura femminile misteriosa e sfuggente: "La donna giusta", colei che ogni personaggio cerca, rimpiange, idealizza o condanna. Ma chi è davvero? E' la stessa donna per tutti o un riflesso del desiderio di ciascuno?

La prima voce è quella di Marika, che racconta a un'amica la fine del suo matrimonio con Peter: una relazione crollata per gelosia, incomunicabilità, differenze sociali. Segue il monologo di Peter, l'ex marito, che va a rivivere la sua ossessione per Marika e il modo in cui la sua idea di amore si è disintegrata di fronte alla realtà.

La terza voce è quella dell'uomo che ha sedotto Marika, Lazar, un artista, un uomo di mondo che parla con ironia, disincanto e crudeltà raffinata. Infine, l'ultima parte e affidata proprio a Gizella, la "donna giusta", che finalmente prende parola e ribalta tutto ciò che è stato detto su di lei.

L'amore per Márai, non è mai armonia o salvezza, ma un campo di battaglia interiore. Ogni personaggio cerca nell'altro un assoluto, una perfezione che non esiste. L'amore diventa così il luogo della delusione, del disinganno, della scoperta dolorosa che nessuno è mai davvero conoscibile.

"Si può amare una persona per tutta la vita senza mai conoscerla. O forse, proprio per questo la si ama."

La donna del titolo non è solo una figura concreta. È un'idea, un mito privato che ciascun personaggio costruisce per sé. Per l'uomo borghese è la moglie fedele e domestica, per l'artista è la compagna ispiratrice, per la donna stessa è la libertà di essere finalmente vista per ciò che è, e non per ciò che rappresenta. 

In questo senso, Márai anticipa una riflessione modernissima sul ruolo femminile, la donna giusta non è colei che soddisfa le aspettative maschili, ma colei che smette di incarnare l'ideale altrui e diventa soggetto del proprio desiderio.

"Non sono nata per essere la donna giusta di qualcuno. Sono nata per essere me stessa."

Come in tutta l'opera di Márai, la decadenza della borghesia mitteleuropea è uno sfondo costante. La guerra, la perdita di valori, il crollo di un mondo fondato sull'educazione, sull'eleganza e sulla misura, fanno da controcanto ai drammi privati. Gli amori si consumano nello stesso modo in cui si consuma un'intera civiltà.

Ogni monologo è anche un atto intenso si memoria. I personaggi ricordano, reinterpretando, manipolano il passato. Márai ci mostra come la verità non sia mai oggettiva, ma frammentata in mille versioni, come in un prisma che riflette la luce in direzioni diverse.

"Non esiste una sola verità. Esistono solo voci che si rispondono nel buio."

La scrittura di Márai è elegante, musicale, intellettuale e profondamente teatrale. Ogni pagina è una confessione intima, ma anche un dialogo con l'assoluto. L'autore unisce il rigore del pensiero mitteleuropeo con un lirismo bruciante. Ogni parola pesa, ogni frase è un frammento di un monologo interiore che si trasforma in riflessione universale.

Il ritmo è lento, ipnotico, scandito da un tono quasi confessionale. Il lettore non assiste a una storia d'amore, ma a una radiografia dell'anima, dove la passione si trasforma in filosofia, e la sofferenza in conoscenza.

Lo scrittore Márai sa come scavare nel cuore umano con la precisione di un chirurgo e la compassione di un poeta.

La donna giusta è pervaso da un’atmosfera sospesa e malinconica. I salotti eleganti, le stanze chiuse, i caffé di Budapest, le luci basse, i bicchieri di vino, la musica lontana. Tutto contribuisce a creare un senso di intimità claustrofobica, dove la vita interiore diventa più reale del mondo esterno.

Ogni personaggio parla come se fosse chiuso in una stanza mentale, in cui il tempo si è fermato e tutto ruota attorno a una domanda, "Chi sono io per l'altro?"

Il vero centro del romanzo di Márai è la complessità dello sguardo umano. Nessuno è vittima o carnefice in senso assoluto. Ogni personaggio si rivela insieme colpevole e ferito, crudele e fragile. Márai ci mostra che l'amore è sempre un dialogo impossibile. Due esseri cercano di conoscersi, ma finiscono per conoscersi solo attraverso le proprie delusioni. La donna giusta, dunque, non è un ideale romantico, ma è la consapevolezza di sé, la maturità di chi smette di aspettarsi salvezza da un altro essere umano.

La donna giusta è un romanzo che abbraccia il mondo della psicologia, filosofia e bellezza tragica. È un libro che parla d'amore, ma anche di solitudine, di tempo, di verità e di illusioni. Sándor Márai costruisce un affresco umano che trascende l'epoca e le convenzioni, le sue parole sembrano scolpite nel marmo, ma bruciano di intensa passione.

Questa è una lettura che richiede attenzione e lentezza, ma ricompensa con una profondità rara, ogni frase è un riflesso di noi stessi, ogni voce è uno specchio in cui vediamo le nostre contraddizioni più intime.

Se hai amato "La donna giusta" ti consiglio anche:
- Le braci di Sándor Márai
- La nausea di Jean - Paul Sartre
- La sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj
- La coscienza di Zeno di Italo Svevo
- La lettera d'amore di Cathleen Schine

martedì 7 ottobre 2025

Recensione: Un posto tranquillo di Matsumoto Seichō

 Un posto tranquillo si apre con una morte improvvisa e apparentemente insignificante, la moglie del protagonista, Tsuneo Asai, muore d'infarto mentre si trova in un quartiere di Tokyo chiamato "Un posto tranquillo", noto per le sue piccole vie residenziali e per l'aria di compostezza borghese che lo distingue dal caos della metropoli.

Per tutti, si tratta di una tragedia naturale, un caso di salute malferma e sfortuna. Ma per Asai, funzionario ministeriale meticoloso e abitudinario, quella morte nasconde una crepa inspiegabile. ( Perchè la moglie si trovava in quel luogo, lontano da casa, in un orario inconsueto, senza che nessuno sapesse il motivo?)

Da questa domanda nasce un'inchiesta provata, silenziosa, ossessiva. Asai inizia a ricostruire i movimenti della moglie nei giorni precedenti, a pedinare sconosciuti, a incrociare dettagli e sguardi, fino a scoprire un intreccio di solitudine, doppiezza e segreti domestici che mina le fondamenta della sua stessa esistenza.

Il titolo del romanzo, ironico e tragico insieme, diventa così una metafora, quel "posto tranquillo" non è solo il quartiere dove avviene la morte, ma anche l'illusione di un'esistenza ordinata e pacifica, dietro cui si nascondono tensioni taciute e desideri repressi.

I temi che si sviluppano nel romanzo sono: 

- Il doppio e la maschera sociale: Matsumoto è maestro nel rappresentare l'ipocrisia della società giapponese del dopoguerra: ordinata in apparenza, ma percorsa da correnti sotterranee di ambizione, vergogna e desiderio. Tsuneo Asai incarna perfettamente questa contraddizione. Uomo irreprensibile e disciplinato, scopre progressivamente quanto la sua vita sia costruita su menzogne silenziose.

"Una vita tranquilla non è mai davvero tranquilla. Lo è solo finché nessuno guarda sotto la superficie."

- La solitudine coniugale: Il matrimonio, in Un posto tranquillo, è un microcosmo di incomprensione. Asai e la moglie vivevano insieme ma separati da un muro di consuetudini. Un legame fatto più di abitudine che di intimità. Quando lei muore, lui si accorge di non averla mai davvero conosciuta.

L'indagine diventa allora un tentativo di riconoscere l'altro quando ormai è troppo tardi, un tema che Matsumoto tratta con dolente lucidità.

"Scoprì di aver vissuto accanto a un'estranea. Eppure era lui che non aveva scelto di non vederla."

- Il male ordinario e la colpa silenziosa: Come in molti romanzi di Matsumoto, il delitto non esplode in modo spettacolare, è un'ombra che cresce, un veleno che si diffonde nella normalità. Non c'è bisogno di mostri, basta un piccolo tradimento, un gesto di differenza, per generare la catastrofe.

- L'indagine come specchio interiore: Asai non è un detective, ma la sua indagine assume i tratti quasi spirituali. Ogni passo nella verità è anche una discesa dentro sé stesso. Scopre le crepe della propria moralità, la propria cecità emotiva, l'egoismo con cui ha condotto la sua vita. L'indagine si fa espiazione.

Matsumoto Seichō scrive una prosa asciutta e chirurgica, ma capace di una tensione costante. Le sue descrizioni dei quartieri di Tokyo, i vicoli stretti, le luci dei lampioni, le case silenziose, evocano un senso di immobilità e oppressione.
La città diventa un labirinto morale, un paesaggio dell'anima. Ogni strada, ogni fermata del treno, ogni bar che Asai visita è intriso di malinconia, di un'ansia sottile che cresce pagina dopo pagina.
Lo sguardo dell'autore è quello di un moralista laico, osserva l'uomo con compassione e disincanto, consapevole che la verità, una volta svelata, non libera ma condanna.

Seichō Matsumoto è spesso paragonato a Simenon o a Graham Greene, ma il suo noir è profondamente giapponese, non si basa sulla suspense, bensì sulla dissezione psicologica.
L'azione è minima, la tensione è tutta interiore. Il lettore si ritrova intrappolato nella mente di Asai, ne segue così i dubbi, le razionalizzazioni, la lenta perdita di equilibrio.

Il "posto tranquillo" diventa così uno stato mentale, il tentativo impossibile di trovare la pace in un mondo che non ammette la verità.

Un posto tranquillo è un romanzo di apparente calma di profonda inquietudine. L'autore Matsumoto costruisce un capolavoro di introspezione psicologica, in cui il mistero non serve a intrattenere, ma a scavare dentro l'animo umano.

È un libro che lascia un senso di disagio sottile, come dopo aver guardato troppo a lungo uno specchio e aver scoperto un riflesso che non si riconosce più.

Questo è un romanzo per i lettori che cercano azione o colpi di scena dove rimarrà spiazzato, oppure per chi ama le atmosfere cupe, con la precisione psicologia e la riflessione morale. Diciamo che troverà "Un posto tranquillo" un piccolo gioiello di equilibrio e introspezione.

Se ti è piaciuto questo romanzo, potresti anche leggere:

- Tokyo Express di Matsumoto Seichō
- La ragazza del Kyushu di Matsumoto Seichō
- L'uomo che guardava passare i treni di Georges Simenon


Recensione: La Rinnegata di Valeria Usala

Siamo in un piccolo paese della Sardegna interna, negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. È un mondo chiuso, duro, regolato da tradizioni secolari e da un codice morale che non lascia spazio alla libertà, sopratutto quelle delle donne.
In questo contesto arcaico vive Maria, la protagonista, una donna "rinnegata" dal suo stesso paese. È colpevole - secondo i paesani - di essere diversa, di aver amato un uomo non approvato, di aver rifiutato di piegarsi, di voler decidere della propria vita. 
Dopo la morte del marito, Maria resta sola, isolata, oggetto di pettegolezzi, superstizioni e maldicenza.

Il romanzo segue il suo cammino tra orgoglio e dolore, tra il desiderio di riscatto e la consapevolezza di non poter cambiare un mondo in cui il pregiudizio ha la forza di una condanna. Accanto a lei, in un intreccio di voci e destini, scorrono altre figure femminili, ciascuna portatrici di una propria forma di sopravvivenza e di dignità.

I temi che vediamo nel romanzo sono:

- La condizione femminile e la solitudine: La rinnegata racconta la storia di una donna che paga con la solitudine il prezzo della libertà. Maria è un personaggio che incarna la forza delle donne invisibili, di quelle che la storia non ricorda ma che hanno sorretto il mondo. La sua esclusione diventa simbolo di resistenza silenziosa.

"La solitudine è un vestito che all'inizio brucia, ma poi diventa pelle."

- Tradizione, superstizione e giudizio sociale: Nel romanzo, la comunità è quasi un personaggio a sé, soffocante, crudele, incapace di perdonare la diversità. La Sardegna rurale descritta dall'autrice Valeria Usala è un luogo in cui le parole si fanno armi, e dove il controllo sociale è esercitato attraverso il silenzio e la vergogna.

"Le donne del paese avevano imparato a tacere: chi parla troppo, prima o poi, diventa colpevole."

- Natura e memoria: La scrittura dell'autrice si intreccia intimamente con il paesaggio. La natura sarda non è solo sfondo, ma specchio dell'anima dei personaggi. Il vento, la terra secca, il mare lontano, tutto riflette la fatica, la resilienza e la bellezza selvaggia di chi vive in un mondo ostile.

- Eredità e trasmissione: Maria la protagonista diventa anche simbolo di un'eredita femminile che si tramanda non con le parole, ma con i gesti, i silenzi e la cura. È un romanzo sulla memoria delle madri e delle nonne, sulle radici che non si possono tagliare nemmeno quando si cerca di fuggire.

La prosa dell'autrice Valeria Usala è lirica e concreta insieme. Le frasi brevi, taglienti, si alternano a passaggi poetici in cui il ritmo sembra farsi canto popolare. L'autrice ha una straordinaria capacità di rendere palpabile la tensione tra la vita quotidiana e la dimensione mitica della Sardegna rurale.

Il linguaggio è intriso di oralità, si percepisce la voce del paese, il brusio delle donne, le preghiere, le maledizioni, le confessioni sussurrate. Eppure, nel cuore del libro, c'è una delicatezza profonda: La rinnegata non urla, ma lascia un'eco lungo, come una preghiera spezzata.

Il romanzo di Usala si colloca in una tradizione di narrativa che affonda le radici nel realismo lirico e nella memoria contadina, ricordando autrici come Grazia Deledda, Maria Giacobbe, e in chiave moderna Elena Ferrante. 

Ma La rinnegata non è solo un racconto di denuncia, è una riflessione profonda sulla libertà interiore. Maria non vince, non trionfa, ma resta ai margini, e conserva la propria integrità. È un'eroina che non cerca vendetta, ma dignità.

In questo senso, il titolo assume un doppio valore, la rinnegata non è solo colei che viene esclusa, ma anche colei che rifiuta - rifiuta di piegarsi, di fingere, di tacere.

La rinnegata è un romanzo breve ma denso, un mosaico di emozioni e simboli. Valeria Usala ci regala un'opera che parla di memoria, radici, femminilità e libertà, ma soprattutto di umanità.

Ogni pagina porta con sé la forza della terra e la fragilità del cuore. È una lettura che lascia il segno, che costringe a guardare in faccia i pregiudizi, il peso del giudizio sociale e la fatica di chi cerca solo di essere se stesso in un mondo che non perdona.

Recensione: Poveri Cristi di Ascanio Celestini

Poveri Cristi non è un romanzo tradizionale con un'unica trama lineare, bensì una raccolta di storie, testimonianze, incontri reali, vite ai margini che l'autore Celestini ha raccolto con il suo lavoro sul campo. Attraverso la voce narrante Celestini ( che al tempo stesso è osservatore, ascoltatore, e testimone), emergono figure umane spesso invisibili nella vita quotidiana come: operai, migranti, barboni, donne sole, persone che la società tende a dimenticare. Vite "sradicate", come recita la descrizione, che cercano uno spicchio di felicità in contesti difficili.
L'opera è parte di una trilogia ( Laika, Pueblo, Rumba ) che dà voce agli ultimi, agli emarginati, ai fragili.

Temi principali

Margini e invisibilità

Celestini esplora ciò che sta fuori dal centro del mondo: periferie urbane, persone al di fuori dei riflettori, vite considerate "non rilevanti". Le storie raccontate sono quelle di cui, pur soffrendo, resta umano, che non cade nel disincanto assoluto, e che sopratutto sa conservare la dignità.

Lotta di classe e ingiustizia sociale

C'è una forte componente politica nel romanzo. L'autore non racconta solo la sofferenza, ma porta in luce le cause: povertà, disuguaglianza, sfruttamento, emarginazione, esclusione. Racconta chi ( è stato schifato, di chi è stato menato, schiavizzato, incarcerato e torturato... ).

Solidarietà e dignità

Nonostante le difficoltà e le ingiustizie, Poveri Cristi è anche un libro che celebra la solidarietà come ad esempio: piccoli gesti, interazioni umane, il sostegno reciproco tra chi non ha nulla, ma non ha paura di essere umano. C'è una resistenza morale, un sano rifiuto dell'egoismo come dicono alcune citazioni.

Il racconto come testimonianza

Il valore del libro sta anche nel modo in cui è costruito. Molte storie sono raccolte da Celestini con interviste, incontri reali, laboratori, ascolto diretto. Non è finzione pura, ma una narrazione che si fonda su realtà drammatiche, spesso trascurate. Questo conferisce al testo un tono autentico e potente.

Stile

- Voce narrante: misurata, empatica, partecipe ma non vittimistica. Celestini evita la retorica, preferisce restituire le parole delle persone, i loro silenzi, le loro ferite.

- Scenari: ambienti urbani, periferie metropolitane, angoli con una forte presenza di emarginati, non solo sfondi, diventano parte integrante della narrazione.

- Musica e teatralità: nelle performance teatrali parallele, il testo viene accompagnato da musica, improvvisazioni, interazione col pubblico. Anche nel libro si percepisce questa sensibilità al ritmo delle storie e delle voci.

Punti di forza

- Grande forza emotiva: Celestini con il suo romanzo Poveri Cristi entra dentro la pelle del lettore, commuove e scuote.

- Coerenza morale: Celestini non giudica, ma nemmeno nasconde le contraddizioni, anzi, le mette in luce per far pensare.

- Varietà delle storie: vite diverse, percorsi differenti, ma con un tanto di dignità e invisibilità.

- Importanza civile: il libro è necessario oggi, in un paese spesso assente verso le periferie e gli invisibili.

Possibili limiti

- La mancanza di un filo narrativo tradizionale può rendere la lettura discontinua per qualcuno.

- Alcune voci sono più forti, altre meno definite, ma quando il ritmo diminuisce, l'impatto emotivo può flautare.

- Il testo non dà sempre risposte, resta nella ferita, nella domanda, più che nella guarigione, che per alcuni può essere frustante, ma per molti è parte essenziale del suo significato.

Conclusione

Poveri Cristi è un romanzo poderoso. È un romanzo che urla piano, che racconta silenzi, lacrime non viste, vite consumate dall'indifferenza. Celestini qui non si limita al ruolo del narratore ma è voce di chi voce non ha, testimone di chi è "scavato" fuori dalla storia ufficiale.
Questa è una lettura che fa guardare alle periferie, alla sofferenza nascosta, alle ingiustizie come non le guarderesti al supermercato sotto casa. Un libro che sa come nutrire la propria empatia ma anche la coscienza dei lettori.

Consigliato a coloro:

- Che sono amanti del teatro di narrazione e della scrittura civile
- Chi ha apprezzato autori come Erri De Luca, Roberto Saviano, Pietro Grasso, persone che raccontano la marginalità con cura
- Lettori che sono in cerca di testi che non chiudono ma aprono, che non consolano necessariamente ma che sanno come scuotere
- Chi crede nel valore della testimonianza e del raccontare come atto politico




Recensione: Morsi di Marco Peano

 Il romanzo è ambientato a Lanzo Torinese durante l'inverno del 1996, in un paesino di montagna che sembra sospeso nel tempo.
La protagonista si chiama Sonia, una ragazzina che trascorre le vacanze di Natale ospite dalla nonna, Ada, donna anziana, schiva, severa, considerata da molti "guaritrice" o comunque depositaria di conoscenze quasi folkloristiche - tradizionali.

Durante la nevicata storica del 1996, complice la chiusura anticipata della scuola per "l' incidente" con la professoressa Cardone che "si trincera" nella sua aula ( in una scena oscura che diventa centrale ), accadono eventi che superano il razionale: strani morsi, leggende, rumorosi sospetti, tensione crescente in tutta la comunità. Sonia e l'amico Teo si trovano invischiati in un intreccio di mistero, paura e scoperta, dove la realtà diventa minacciosa, quasi irreale. 

Stile

- Ambientazione invernale: la neve, il gelo, il silenzio che si espande sotto lo spesso manto bianco sono elementi che accentuano il senso di isolamento, di sospensione, di attesa terrificante. Lanzo Torinese è usato come una cornice quasi gotica, con ambienti antichi, case impolverate, stanze segrete, scricchiolii.

- Infanzia / adolescenza e orrore: Sonia e Teo sono al confine tra l'infanzia e un' età più adulta, dove la scoperta del male e dell'oscuro non è una metafora ma una presenza reale. La crescita in Morsi è dura, repentina, e non dona alcuna consolazione.

-Leggende e realtà che si mescolano: il folklore piemontese, la figura della nonna "guaritrice" (o comunque carica di mistero), gli accenni a "masche" (streghe dell'immaginario locale) si fondono con eventi concreti di paura, violenza, mistero.

- Il piccolo paese come microcosmo: in quel mondo "fermo a cinquant’anni prima", la comunità, le sue dinamiche, i silenzi, le superstizioni contano molto. C'è differenza, le voci che corrono, l'angoscia, ma anche l'ingenuità dei giovani che non hanno ancora tutte le chiavi del mondo adulto.

- Paura, mostruoso, trasformazione: non è un horror puro nel senso classico, ma ha elementi horror: l'idea dell'epidemia o contagio (anche se non sempre si spiega pienamente), della follia che può albergare sotto la normalità, dei morsi - fisici o interiori.

Punti di forza

- Atmosfera potente: la descrizione dell'inverno, della neve, del silenzio, dei luoghi isolati è evocativa riesce a mettere il lettore "in mezzo" al paese e al gelo.

- Il senso di incubo che lentamente invade la vita ordinaria: Peano sa costruire una tensione che cresce, che contagia anche i dettagli quotidiani.

- Il tema della crescita dolorosa: Sonia e Teo diventano figure che imparano presto che il mondo può mordere ( nel senso più letterale e figurato), he l'innocenza non è una protezione.

Citazioni

"Per quanto si possa tentare di dimenticarli, alcuni momenti della vita emotiva di ciascuno di noi risultano indelebili. Che sia un episodio tremendo o piacevole, un evento gioioso o qualcosa che si vorrebbe cancellare per sempre, il tempo agisce sulla memoria lasciando un segno."

"Complici per forza, Sonia e Teo si avventurano nel biancore accecante della neve col distacco curioso di chi non ha pregiudizi e forse proprio per questo può sperare nella salvezza."

Queste due frasi danno bene l'idea del tono, malinconico, in bilico tra la speranza e il terrore, tra infanzia e ciò che si scoprirà dietro il biancore della neve.

Conclusione

Morsi è un romanzo che non lascia indifferenti. Non è per tutti: richiede che il lettore accetti l'oscillazione tra il realistico e il fantastico, l'oscuro, l’inquietudine. Ma se si è disposti a entrare nel silenzio della neve, nei segreti di paesini di montagna, nelle paure che si manifestano lentamente, allora la ricompensa è grande. Un romanzo che sa come emozionare, far riflettere, ma sopratutto un libro che sa come far persistere le immagini che vi restano nella mente.
Se dovessi valutare, direi che è un buon libro sopratutto per chi ama le storie di formazione contaminate dal perturbante, per chi apprezza la narrativa italiana recente che osa con il gotico e l'horror lieve, e per chi non cerca rifugio nel facile rassicurante ma è disposto a restare un pò infreddolito.

Questo romanzo e consigliato a tutti coloro che:

- Amano il genere Horror-latino ( o meglio il gotico leggero )
- Lettori che apprezzano le ambientazioni montane, paesi piccoli, isolamento e folklore
- Chi ha letto IT di Stephan King, Il Signore delle mosche o romanzi indie con elementi inquietanti
- Chi cerca una narrativa per adolescenti / adulti giovani che vogliono esplorare la crescita ma anche il lato oscuro dell'innocenza.


Recensione : La notte del cuore di Nathacha Appanah

Ci sono libri che raccontano il dolore. E poi ci sono libri che provano a restituire un nome, un volto e una voce a chi quel dolore lo ha su...