Ci sono libri che raccontano una città e libri che riescono a farla respirare. Uvaspina di Monica Acito appartiene a questa seconda categoria. È un romanzo che ha il sapore del mare, l'odore delle strade, la voce dei vicoli e la forza contraddittoria di una Napoli che sa essere madre e matrigna, accogliente e feroce, luminosa e allo stesso tempo sa essere oscura. Ma soprattutto è la storia di un ragazzo che cerca disperatamente un posto nel mondo e che deve imparare, attraverso il dolore, l'amore e la perdita, a riconoscere se stesso.
Pubblicato dalla casa editrice Bompiani nel 2023, Uvaspina è il romanzo d’esordio di Monica Acito, già vicitrice del Premio Italo Calvino per la narrativa breve nel 2021. Fin dalle prime pagine si percepisce la particolarità della sua scrittura - una lingua viva, impastata di italiano e napoletano, capace di passare dalla poesia alla crudezza, dalla tenerezza alla violenza senza mai perdere la propria identità.
Al centro della storia c'è Carmine Riccio, conosciuto da tutti come Uvaspina. Il soprannome nasce da una piccola voglia sotto l'occhio, simile a un acino d'uva, che fin dalla nascita diventa una sorta di marchio. Uvaspina è un ragazzo fragile, sensibile, diverso dagli altri e proprio per questo continuamente esposto allo sguardo e al giudizio di chi lo circonda.
La sua famiglia è il primo luogo in cui questa diversità diventa sofferenza.
Il padre, Pasquale Riccio, è un notaio che prova nei confronti del figlio una vergogna difficile da nascondere. La madre, la Spaiata, è una donna dominata dal bisogno di attenzione e dalla paura di perdere il proprio ruolo all'interno della famiglia. E poi c'è Minuccia, la sorella, forse il personaggio più inquietante e magnetico del romanzo.
Tra Uvaspina e la sorella Minuccia esiste un rapporto fatto di amore e odio, dipendenza e sopraffazione. Minuccia possiede una forza quasi incontenibile e sembra conoscere perfettamente i punti deboli del fratello. Lo provoca, lo umilia, lo schiaccia, ma allo stesso tempo è legata a lui da un vincolo che nessuno dei due riesce davvero a spezzare. Il loro rapporto diventa così una delle rappresentazioni più dolorose della famiglia raccontate dall'autrice - un luogo nel quale l'amore può trasformarsi in possesso e la vicinanza può diventare una forma di violenza.
Uvaspina, invece, sembra destinato a subire. È abituato a farsi piccolo, a non reagire, a sopportare. È come se avesse imparato molto presto che per sopravvivere nella propria famiglia occorra occupare meno spazio possibile.
Ma proprio questa sua fragilità diventa, lentamente, la forza del personaggio.
Il romanzo è anche una storia di formazione. Uvaspina deve attraversare l'infanzia e l’adolescenza, confrontarsi con il proprio corpo, con la propria identità e con lo sguardo degli altri. La sua diversità sessuale diventa uno dei punti centrali della vicenda, soprattutto attraverso l'esperienza del pregiudizio e dell'omofobia. L'autrice non affronta questi temi attraverso discorsi molto teorici, ma attraverso il corpo e la vita quotidiana del protagonista, mostrando quanto possa essere doloroso crescere quando il mondo cerca continuamente di dirti chi dovresti essere.
Ed è qui che il romanzo diventa particolarmente intenso.
Uvaspina non vuole semplicemente essere accettato dagli altri, ma vuole riuscire ad accettare se stesso.
La sua trasformazione passa soprattutto attraverso l'incontro con Antonio, un pescatore dagli occhi di colore diverso, figura affascinante e quasi mitologica all'interno del romanzo. Antonio rappresenta per Uvaspina qualcosa che fino al quel momento gli era mancato - la possibilità di essere guardato senza vergogna, di essere desiderato, ascoltato e riconosciuto.
Il loro incontro apre una dimensione completamente nuova nella vita del protagonista. L'amore diventa scoperta, desiderio, corpo, ma anche possibilità di rinascita. Antonio sembra indicargli una strada diversa, una possibilità di esistenza nella quale Uvaspina possa finalmente smettere di essere ciò che gli altri hanno deciso che sia.
Ma dentro al protagonista l'amore non è mai semplice.
È sempre accompagnato dal rischio della perdita, dalla paura, dalla violenza delle circostanze e dall’impossibilità di sottrarsi completamente al proprio destino.
Ed è proprio il destino uno dei grandi temi del romanzo.
I personaggi sembrano muoversi all'interno di una storia già scritta, come se ognuno fosse costretto a interpretare un ruolo. Uvaspina è quello fragile, Minuccia quella forte e distruttiva, la Spaiata la donna che vive attraverso la teatralità del dolore, Pasquale l'uomo che si nasconde dietro il decoro e le convenzioni.
La famiglia Riccio diventa così una sorta di palcoscenico nel quale tutti recitano la propria parte.
Ma l'autrice si chiede continuamente se sia davvero possibile liberarsi dal ruolo che ci è stato assegnato. È questa forse, la domanda più profonda del romanzo.
Possiamo diventare qualcun altro rispetto a ciò che gli altri hanno deciso per noi?
La risposta non è mai semplice. Napoli, nel frattempo, osserva tutto. E Napoli è uno dei personaggi più importanti del libro.
La città viene raccontata attraverso le sue contraddizioni. Il mare e i vicoli, la bellezza e il degrado, i palazzi nobiliari e le zone più povere, le chiese, le leggende, il dialetto, il cibo, la superstizione e quella particolare teatralità che appartiene profondamente alla cultura napoletana.
Tra i luoghi più importanti compare Palazzo Donn'Anna, sul mare di Posillipo, che assume quasi una dimensione mitologica. Il confine tra la città reale e quella immaginata diventa continuamente più sottile. Napoli non è semplicemente il luogo in cui la vicenda si svolge, è una creatura viva che respira insieme ai personaggi.
Il mare, soprattutto, ha una funzione simbolica fondamentale. Può accogliere e proteggere, ma può anche inghiottire. Può rappresentare una fuga, ma anche un ritorno. Può diventare il luogo nel quale nascono l'amore e il desiderio, ma anche quello in cui si consumano dolore e perdita.
La scrittura di Monica Acito è probabilmente l'elemento che più colpisce durante la lettura. È una scrittura fisica, sensoriale, a tratti selvaggia. Le parole sembrano avere un odore, un sapore, una temperatura. L'autrice mescola italiano, napoletano, espressioni popolari e immagini poetiche creando una lingua personale. Non è soltanto una scelta stilistica, ma è un modo attraverso il quale la città e i suoi abitanti acquistano una voce propria. A volte la prosa è dolce, altre volte sembra violenta. Può essere ironica e immediatamente dopo diventare dolorosa. È una lingua che non vuole stare ferma, proprio come Napoli. E forse è proprio questo il grande pregio di Uvaspina: non cerca di rendere la realtà più bella di quanto sia. La famiglia viene mostrata nelle sue deformazioni. L'amore nelle sue contraddizioni. Il desiderio nella sua forza. La diversità nella sua solitudine. La città nella sua bellezza e nella sua ferocia.
Anche il rapporto tra Uvaspina e Minuccia merita una particolare attenzione. È uno dei legami più complessi del romanzo perché non può essere racchiuso nella semplice contrapposizione tra vittima e carnefice. C'è qualcosa di profondamente malato nel loro rapporto, ma anche qualcosa di indissolubile. Minuccia ferisce il fratello, ma allo stesso tempo sembra aver bisogno di lui. Uvaspina soffre per lei, ma non riesce a liberarsene completamente. È un legame familiare che mostra quanto sia difficile separarsi da chi ci fa male quando quella stessa persona appartiene alla nostra storia più profonda.
In questo senso il protagonista Uvaspina è anche un romanzo sulla famiglia. Non sulla famiglia ideale, ma sulla famiglia reale - quella fatta di amore e rancore, silenzi, dipendenze, segreti, ricatti emotivi e desiderio di essere finalmente riconosciuti. Poi vediamo il tema dell'identità. Uvaspina cresce cercando di capire chi sia. La sua diversità non è soltanto qualcosa che gli altri vedono - è qualcosa con cui lui stesso deve imparare a convivere. La sua ricerca diventa quindi universale. In fondo, ogni lettore può riconoscersi nella necessità di trovare un modo personale di stare nel mondo, liberandosi almeno in parte delle aspettative degli altri.
Per questo il romanzo, pur essendo profondamente napoletano, riesce a parlare a tutti.
Perché dietro la storia di Uvaspina c'è una domanda che appartiene a ogni essere umano: quanto di ciò che siamo nasce davvero da noi e quanto, invece, è stato costruito dallo sguardo degli altri?
La lettura di Uvaspina non è sempre facile. È un romanzo che può ferire, soprattutto quando racconta la crudeltà familiare, il bullismo, il pregiudizio e la solitudine. Ma proprio questa durezza impedisce alla storia di diventare una favola consolatoria.
Monica Acito non promette una guarigione semplice. Racconta piuttosto la fatica di diventare se stessi. E lo fa attraverso una lingua che sembra provenire direttamente dal ventre della città.
Alla fine della lettura rimane soprattutto Uvaspina. Rimane la sua fragilità, il suo desiderio di amore, la sua difficoltà a difendersi, ma anche la sua ostinazione a cercare una possibilità diversa.
Rimane Napoli, con il suo mare e le sue contraddizioni. Rimane una famiglia incapace di amarsi senza ferirsi. E rimane una scrittura che non si dimentica facilmente.
Uvaspina è un romanzo di formazione, ma anche una storia d'amore, una saga familiare, un racconto sulla diversità e una dichiarazione d'amore alla città di Napoli. È un libro sulla ricerca di sé e sulla necessità, a volte dolorosa, di rompere i ruoli che ci sono stati assegnati.
Monica Acito, con questo romanzo d'esordio, dimostra di possedere una voce narrativa originale e riconoscibile. Una voce che non ha paura di sporcarsi le mani con la realtà, di attraversare il dolore, di mescolare poesia e dialetto, bellezza e violenza.
E forse è proprio questo il modo migliore per definire Uvaspina: un romanzo che, come il mare di Napoli, prima ti avvolge e poi ti trascina dentro.
Una volta arrivati alla fine, non si è più esattamente gli stessi lettori che hanno iniziato il viaggio.

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