giovedì 27 agosto 2026

Recensione - Gli innamorati di Peppe Fiore

Ci sono romanzi che raccontano l’amore quando tutto va bene e altri che scelgono di raccontarlo proprio nel momento in cui le certezze cominciano a sgretolarsi. Gli innamorati di Peppe Fiore appartiene decisamente alla seconda categoria. È un romanzo sull’amore, certo, ma soprattutto sulla fiducia, sulla menzogna, sulla conoscenza dell’altro e su quella domanda che, prima o poi, può attraversare qualsiasi relazione: quanto conosciamo davvero la persona che abbiamo scelto di amare?

Pubblicato da Einaudi nel 2023, il romanzo porta il lettore dentro una Roma borghese, elegante e ambiziosa, una città fatta di arte, politica, professioni prestigiose, relazioni importanti e privilegi. Ma dietro le terrazze, gli eventi culturali e le vite apparentemente perfette esiste un’altra Roma, fatta di compromessi, interessi, ambizioni e segreti. È proprio in questa città che Peppe Fiore ambienta la storia di Flaminia Aloisi e Carmine Rebora, una coppia sposata da circa vent’anni e apparentemente capace di resistere a tutto. 

Flaminia e Carmine si sono conosciuti giovani. Lui era ancora lontano dall’uomo affermato che diventerà, lei apparteneva a un ambiente privilegiato. Si sono scelti quasi immediatamente, con quella sicurezza che a volte appartiene agli amori giovanili quando non hanno ancora imparato a fare i conti con la prudenza. Da allora hanno costruito una famiglia, hanno avuto una figlia e hanno raggiunto una posizione sociale importante.

Flaminia dirige un importante museo cittadino ed è immersa quotidianamente nel mondo dell’arte e della cultura. Carmine è un architetto stimato, inserito nei circuiti professionali e politici della capitale. Vivono in un attico con vista sul Tevere e sembrano possedere tutto ciò che una certa idea di felicità borghese considera desiderabile.

Ma Peppe Fiore ci mostra fin dall’inizio che la perfezione è soltanto una superficie.

E basta una crepa per scoprire ciò che si nasconde sotto.

La crepa arriva sotto forma di un temporale che si abbatte su Roma e che, metaforicamente, sembra voler trascinare via tutte le certezze dei protagonisti. In mezzo a una città paralizzata dalla pioggia e dall’esondazione del Tevere, la Guardia di Finanza arriva a casa di Flaminia per prelevare Carmine. L’uomo è accusato di riciclaggio. Da quel momento la vita della protagonista cambia radicalmente. 

La forza del romanzo nasce proprio da questo cortocircuito: l’uomo che Flaminia ama, quello con cui ha condiviso vent’anni di vita, potrebbe non essere affatto quello che lei credeva.

E allora l’indagine giudiziaria diventa anche un’indagine sentimentale.

Flaminia comincia a interrogarsi sul proprio matrimonio, sul passato di Carmine e sulle cose che non ha visto o che forse non ha voluto vedere. La ricerca della verità diventa inevitabilmente anche una ricerca dentro se stessa. Perché quando una persona che amiamo ci nasconde qualcosa, non ci chiediamo soltanto perché abbia mentito: cominciamo a domandarci se abbiamo mai conosciuto davvero quella persona.

È qui che Gli innamorati smette di essere semplicemente una storia matrimoniale e diventa un romanzo sulla fragilità dei legami.

Il matrimonio, nelle pagine di Fiore, non è presentato come un punto di arrivo. È piuttosto una costruzione quotidiana, qualcosa che richiede fiducia, complicità e una continua disponibilità a riconoscere l’altro. Ma proprio perché il matrimonio mette insieme due vite, contiene anche una componente di mistero. Ci sono zone dell’altro che non possiamo conoscere completamente, per quanto lunga sia la convivenza.

La domanda implicita del romanzo è quindi inquietante: quanto di una persona appartiene davvero a chi la ama?

Flaminia deve fare i conti con questa distanza.

E deve farlo mentre intorno a lei anche il mondo professionale e sociale comincia a vacillare. Il caso di Carmine non rimane confinato alla dimensione privata: coinvolge relazioni, reputazioni, interessi e ambienti della borghesia romana. Fiore costruisce così un affresco sociale nel quale la storia d’amore si intreccia con l’arte, la politica, gli appalti e il potere. 

La Roma del romanzo è dunque molto più di una semplice ambientazione. È quasi un personaggio.

È una città affascinante e contraddittoria, elegante e decadente, piena di bellezza ma anche di compromessi. La Roma raccontata da Fiore appartiene a un mondo in cui le relazioni personali possono diventare strumenti di potere e in cui il confine tra cultura, politica e interessi economici appare spesso molto sottile.

L’autore riesce a raccontare questo ambiente senza trasformarlo in una semplice caricatura. La sua ironia è pungente, ma non distruttiva. Fiore guarda i propri personaggi con lucidità, evidenziandone le debolezze, le ambizioni e le contraddizioni, ma senza privarli della loro umanità.

Questo è uno degli aspetti più riusciti del romanzo.

Nessuno è completamente innocente.

Nessuno è completamente colpevole.

I personaggi sono persone che cercano di proteggere ciò che hanno costruito, anche quando per farlo sono costrette a nascondere qualcosa, a mentire o a sacrificare una parte di se stesse.

Flaminia, soprattutto, è un personaggio che cresce attraverso la crisi. All’inizio sembra vivere dentro una realtà ordinata, nella quale ogni elemento occupa il proprio posto. La vicenda di Carmine la costringe invece a mettere tutto in discussione. Il suo percorso non consiste soltanto nel cercare la verità sul marito, ma nel capire quale sia la propria verità.

Ed è forse questo il vero viaggio del romanzo.

Non sapere chi sia davvero Carmine significa, per Flaminia, dover scoprire chi sia lei senza Carmine.

Il tema della fiducia diventa quindi centrale. Fidarsi significa consegnare a un’altra persona una parte della propria vulnerabilità. Significa credere che quella persona non userà contro di noi ciò che le abbiamo affidato. Ma cosa succede quando questa fiducia viene meno?

Fiore non offre una risposta semplice.

Anzi, rende la domanda ancora più difficile mostrando che l’amore non scompare necessariamente quando la fiducia viene ferita. Può rimanere. Può persino diventare più forte. Ma cambia forma.

E proprio qui emerge la particolare sensibilità dell’autore nel raccontare i sentimenti.

Gli innamorati non è un romanzo sentimentale nel senso tradizionale del termine. Non troviamo un amore idealizzato, fatto soltanto di grandi dichiarazioni e momenti romantici. L’amore di Flaminia e Carmine è un amore adulto, costruito negli anni, pieno di abitudini, ricordi, gesti quotidiani e compromessi.

È un amore che ha attraversato il tempo.

E proprio per questo è più difficile da definire.

Fiore riesce a raccontare molto bene anche il rapporto tra amore e memoria. Quando una relazione entra in crisi, infatti, non viene messo in discussione soltanto il presente: viene riscritto anche il passato. Ogni ricordo cambia significato alla luce di ciò che abbiamo scoperto.

Un gesto che sembrava romantico può diventare sospetto.

Una frase può acquistare un significato diverso.

Un ricordo felice può trasformarsi in una domanda.

Questa capacità di modificare retroattivamente la percezione del passato è una delle intuizioni più interessanti del romanzo.

Lo stile di Peppe Fiore contribuisce enormemente alla riuscita della storia. La scrittura è scorrevole, elegante, ironica e visiva. Le scene sembrano spesso costruite con un ritmo quasi cinematografico, caratteristica non sorprendente considerando anche il lavoro dell’autore come sceneggiatore. La narrazione procede attraverso capitoli brevi e una struttura che alterna il presente della crisi ai ricordi della storia tra Flaminia e Carmine. 

Questa struttura permette al lettore di conoscere progressivamente la coppia, non soltanto nel momento della crisi ma anche nel tempo in cui quell’amore è nato e cresciuto.

E questo è fondamentale.

Perché per capire cosa rischia di perdere Flaminia bisogna prima conoscere ciò che ha avuto.

Fiore riesce così a costruire una tensione che non dipende soltanto dalla domanda su cosa abbia fatto Carmine. Il vero interesse risiede nelle conseguenze che la verità avrà sulla relazione.

Il lettore si trova quindi davanti a un doppio interrogativo: cosa è successo davvero e, soprattutto, cosa ne sarà di loro?

Il temporale che attraversa Roma diventa allora una metafora perfetta dell’intera vicenda. La pioggia arriva quando tutto sembra tranquillo e trasforma rapidamente la città. Allo stesso modo, la crisi di Carmine irrompe nella vita di Flaminia quando il matrimonio sembra ormai consolidato.

Ma i temporali, prima o poi, finiscono.

E questa possibilità attraversa tutto il romanzo.

Non come certezza, ma come speranza.

Gli innamorati è anche un libro sulle seconde possibilità. Sul fatto che una relazione possa arrivare davanti a un bivio e che, proprio quando sembra più facile lasciarsi andare, possa esistere la possibilità di scegliersi nuovamente.

Non si tratta di cancellare ciò che è accaduto.

Si tratta di decidere se ciò che è accaduto debba necessariamente distruggere tutto ciò che è venuto prima.

Questa è forse la parte più umana del romanzo.

Peppe Fiore non giudica i suoi personaggi dall’alto. Li osserva da vicino, con ironia e partecipazione. Li lascia sbagliare, mentire, desiderare, soffrire e cercare una via d’uscita.

E proprio per questo diventano credibili.

Gli innamorati è un romanzo che, dietro la storia di Flaminia e Carmine, racconta molto più di una crisi matrimoniale. Racconta una generazione, un certo modo di vivere la borghesia romana, il rapporto tra potere e cultura, l’ambizione sociale e soprattutto la difficoltà di mantenere vivo un legame quando la vita ci costringe a scoprire che la persona accanto a noi conserva sempre una parte di mistero.

È un romanzo sulla distanza che può esistere anche tra due persone che dormono nello stesso letto.

Ma è anche un romanzo sulla possibilità di attraversare quella distanza.

Alla fine della lettura, ciò che resta non è tanto il desiderio di stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. Rimane piuttosto una domanda molto più difficile: quando amiamo davvero qualcuno, amiamo la persona che abbiamo davanti oppure l’immagine che negli anni abbiamo costruito di quella persona?

È una domanda che Fiore lascia aperta.

Ed è proprio per questo che Gli innamorati continua a lavorare dentro il lettore anche dopo l’ultima pagina.

Perché tutti, almeno una volta, abbiamo creduto di conoscere qualcuno.

E forse amare significa anche accettare che non lo conosceremo mai completamente.

Peppe Fiore costruisce così un romanzo intelligente, ironico e profondamente umano, nel quale l’amore non è una certezza ma una scelta che deve essere rinnovata quando le fondamenta cominciano a tremare.

Un libro sulla fiducia, sulle bugie e sulla possibilità di ricominciare. Ma soprattutto un libro che ci ricorda quanto sia fragile, misterioso e ostinato l’amore.


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