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sabato 19 settembre 2026

Recensione : La notte del cuore di Nathacha Appanah

Ci sono libri che raccontano il dolore. E poi ci sono libri che provano a restituire un nome, un volto e una voce a chi quel dolore lo ha subito fino alle conseguenze più estreme.

La notte nel cuore di Nathacha Appanah appartiene a questa seconda categoria. È un libro necessario, difficile, doloroso, ma anche profondamente umano. Un’opera che nasce dalla necessità di raccontare tre donne unite da una stessa esperienza: essere state amate da uomini che, poco alla volta, hanno trasformato l’amore in controllo, possesso, paura e violenza.

Le tre donne sono Nathacha, l’autrice stessa; Emma, sua cugina, assassinata dal marito a Mauritius nel 2000; e Chahinez Daoud, uccisa dall’ex marito nel 2021 a Mérignac, in Francia. Tre vite differenti, vissute in luoghi e momenti diversi, ma attraversate da un’identica minaccia: quella di uomini incapaci di accettare la libertà delle donne che dicevano di amare.

Di queste tre donne, soltanto una è sopravvissuta. Ed è proprio lei, Nathacha Appanah, a scegliere di raccontare anche le altre due.

Un libro che nasce da una ferita

La storia prende avvio da un fatto di cronaca: l’omicidio di Chahinez Daoud. La notizia raggiunge Appanah e riapre una ferita che sembrava appartenere al passato. La morte di Chahinez, infatti, si lega immediatamente al ricordo di Emma, la cugina uccisa anni prima a Mauritius.

Ma quelle due storie non rimangono esterne alla scrittrice. Entrano nella sua memoria e la costringono a guardare una parte della propria vita che per molto tempo aveva cercato di dimenticare.

Da ragazza, tra i diciassette e i venticinque anni, Appanah ha vissuto una relazione con un uomo molto più grande di lei, un uomo che inizialmente sembrava riconoscerne il talento e comprenderne i desideri. L’amore, o quello che lei credeva fosse amore, si è trasformato lentamente in isolamento, dipendenza psicologica e violenza.

La scrittrice non racconta questa esperienza per mettersi al centro, ma perché comprende che la sua storia può diventare una chiave per avvicinarsi a quella di Emma e Chahinez. Raccontare se stessa significa allora provare a restituire dignità alle donne che non possono più parlare.

La scrittura diventa una forma di testimonianza, ma anche un modo per uscire dal silenzio.

Tre donne, tre storie, una stessa violenza

Il romanzo intreccia tre percorsi narrativi.

Da una parte c’è Nathacha, la ragazza che si innamora di un uomo più anziano, colto e affascinante, capace di farla sentire speciale. La relazione comincia con la promessa di una vita nuova, ma finisce per diventare una prigione. L’uomo la allontana dalla famiglia, limita la sua libertà, condiziona i suoi pensieri e la porta a dubitare di se stessa.

Dall’altra parte c’è Emma, la cugina mauriziana, moglie e madre, intrappolata in un matrimonio che si trasforma lentamente in una condanna. La sua vicenda mostra quanto possa essere difficile riconoscere il pericolo quando la violenza si nasconde dentro la casa e quando la società tende a considerare i problemi familiari come questioni private.

Infine c’è Chahinez Daoud, una donna che aveva cercato di ricominciare. Aveva lasciato l’Algeria, aveva tentato di costruire una nuova vita in Francia e aveva trovato il coraggio di separarsi da un uomo violento. Ma anche la fuga, purtroppo, non le ha garantito la salvezza.

Le storie di Emma e Chahinez si concludono con il femminicidio. Quella di Nathacha, invece, prosegue perché lei riesce a fuggire. La sua sopravvivenza non viene però presentata come una vittoria semplice. Anche chi riesce a salvarsi porta nel corpo e nella memoria le conseguenze di ciò che ha vissuto.

Quando l’amore diventa possesso

Uno dei temi centrali del libro è la trasformazione dell’amore in possesso.

Gli uomini raccontati da Appanah non si mostrano immediatamente come aggressori. All’inizio possono essere gentili, premurosi, attenti. Sanno ascoltare, sanno sedurre, sanno riconoscere nelle donne qualcosa che gli altri non hanno visto.

Proprio per questo il pericolo è difficile da individuare.

La violenza non arriva sempre con un gesto improvviso. Spesso comincia con una frase, con una gelosia presentata come prova d’amore, con il bisogno di sapere dove si trova l’altra persona, con la richiesta di rinunciare agli amici, alla famiglia, al lavoro, ai propri desideri.

Poco alla volta, la donna smette di sentirsi libera. Comincia a misurare le parole, a prevedere gli umori dell’uomo, a modificare il proprio comportamento per evitare una reazione. La casa, che dovrebbe essere il luogo della protezione, diventa uno spazio di allerta continua.

Appanah racconta con grande precisione questo processo di annientamento. Non si concentra soltanto sull’atto finale della violenza, ma soprattutto su tutto ciò che lo precede: la manipolazione, l’isolamento, la paura, il senso di colpa e la progressiva perdita di fiducia in se stesse.

È in questo lento scivolamento che il libro trova una delle sue pagine più dolorose.

La violenza invisibile

La forza di La notte nel cuore sta anche nel mostrare la violenza prima che diventi visibile agli occhi degli altri.

Chi osserva dall’esterno spesso non comprende. Vede una coppia, una famiglia, una casa apparentemente normale. Può pensare che ci siano soltanto difficoltà, incomprensioni, momenti di crisi.

Ma dentro quella casa può esistere un mondo completamente diverso.

Appanah descrive le crepe che si formano lentamente, quelle che gli altri non vedono e che spesso la stessa vittima fatica a riconoscere. La violenza psicologica è difficile da spiegare perché non lascia sempre segni sul corpo, ma può distruggere la percezione che una persona ha di sé.

La donna finisce per pensare di essere incapace, sbagliata, troppo sensibile, responsabile delle reazioni del compagno. Si convince che, se riuscisse a comportarsi diversamente, l’uomo tornerebbe a essere quello dei primi tempi.

In questo meccanismo si trova una delle trappole più crudeli della violenza: la vittima continua a cercare l’uomo che aveva conosciuto all’inizio, mentre quell’immagine diventa sempre più lontana dalla realtà.

Appanah non scrive una semplice ricostruzione di fatti di cronaca. Non si limita a elencare date, luoghi, testimonianze e sentenze. Il suo obiettivo è più profondo: vuole restituire umanità alle vittime.

Emma e Chahinez non sono soltanto due nomi associati a due omicidi. Sono donne che hanno avuto desideri, sogni, relazioni, paure e speranze. Sono state figlie, madri, cugine, amiche. Prima di essere raccontate come vittime, sono state persone.

La scrittrice cerca di riportare alla luce tutto ciò che rischia di essere cancellato dalla cronaca. Perché spesso, dopo un femminicidio, la narrazione pubblica si concentra sull’assassino, sulle sue motivazioni, sulla sua versione dei fatti. La vittima rischia così di scomparire una seconda volta.

Appanah prova a opporsi proprio a questa cancellazione.

Scrivere diventa un atto di responsabilità. Significa dire che quelle donne sono esistite, che la loro vita non può essere ridotta al modo in cui è terminata e che il loro dolore non deve essere trasformato in un episodio passeggero.

Il peso della vergogna e del silenzio

Nel libro ritorna anche il tema della vergogna.

Molte vittime di violenza non parlano perché temono di non essere credute, di essere giudicate, di essere accusate di aver scelto l’uomo sbagliato o di non averlo lasciato prima. La vergogna diventa così un altro strumento di prigionia.

Appanah mostra quanto sia difficile raccontare ciò che accade dentro una relazione violenta. Anche quando si comprende di essere in pericolo, non è semplice trovare una via d’uscita. Ci sono legami affettivi, dipendenze economiche, figli, ricatti, minacce e una paura costante delle conseguenze.

Per questo il libro evita ogni giudizio superficiale. Non domanda alle vittime perché non siano fuggite prima. Cerca invece di comprendere tutto ciò che rende la fuga così difficile.

La sua voce è lucida, ma mai fredda. È una voce che conosce il dolore dall’interno e che, proprio per questo, riesce a raccontarlo senza trasformarlo in spettacolo.

Lo stile di Nathacha Appanah è essenziale, preciso, controllato. La scrittrice non ha bisogno di ricorrere a una prosa enfatica per trasmettere la gravità di ciò che racconta.

Le frasi sono spesso brevi. Le immagini sono concrete. I passaggi più duri arrivano senza preparazione, proprio perché la scrittura non cerca di proteggere il lettore con spiegazioni o abbellimenti.

La sua lingua è limpida, ma dentro questa limpidezza si avverte una tensione costante. Ogni parola sembra scelta per avvicinarsi a una verità difficile da pronunciare.

La narrazione alterna memoria personale, ricostruzione dei fatti, riflessione e osservazione sociale. Il risultato è un’opera che si muove tra autobiografia, testimonianza e inchiesta, senza appartenere completamente a un solo genere.

Questa forma ibrida è particolarmente efficace perché permette all’autrice di mettere in relazione la propria esperienza con quella delle altre donne. La storia individuale diventa così parte di una realtà più ampia.

La notte come immagine del dolore

La notte del titolo non è soltanto il momento in cui avvengono alcuni degli episodi più drammatici del libro. È anche una condizione interiore.

È la notte della paura, della solitudine, dell’isolamento. È il buio dentro cui una donna cerca di capire come salvarsi, mentre l’uomo che dice di amarla la insegue, la controlla o la minaccia.

Ma la notte è anche il tempo della memoria. È nelle ore più silenziose che tornano i ricordi, che riaffiorano le immagini rimosse, che le domande diventano più insistenti.

Attraversare quella notte significa per Appanah tornare in luoghi dolorosi, riconoscere ciò che è stato taciuto e dare finalmente forma a un’esperienza rimasta per anni senza parole.

La scrittura non cancella il passato, ma permette di attraversarlo senza esserne completamente prigionieri.

La notte nel cuore è una lettura che richiede attenzione e rispetto. Non è un libro da affrontare distrattamente, perché racconta una violenza reale, concreta, ancora presente nella vita di moltissime donne.

È un libro che può ferire, ma che proprio per questo deve essere ascoltato.

La sua importanza non risiede soltanto nella denuncia della violenza maschile, ma anche nel modo in cui riesce a raccontare le vittime oltre la loro morte. Appanah non cerca soltanto di spiegare come si arriva al femminicidio. Cerca di mostrarci tutto ciò che viene prima: le rinunce, le paure, le manipolazioni, le speranze, i silenzi e quella lenta cancellazione dell’identità che spesso precede la tragedia.

Il libro ci ricorda che la violenza non comincia necessariamente con un colpo. Può cominciare molto prima, quando una persona pretende di decidere per un’altra, quando la gelosia viene scambiata per amore, quando il controllo viene presentato come protezione.

Nathacha Appanah ha scritto un libro intenso e doloroso, ma anche necessario. La notte nel cuore non è soltanto la storia di tre donne. È una riflessione sulla paura, sul possesso, sulla memoria e sulla responsabilità di chi racconta.

È un’opera che restituisce voce a chi è stato ridotto al silenzio e che invita il lettore a guardare oltre la superficie delle relazioni. Perché dietro una coppia apparentemente normale può nascondersi una sofferenza invisibile. E perché nessuna forma di amore dovrebbe chiedere in cambio la libertà, la dignità o la vita.

La scrittura di Appanah non offre consolazioni facili. Non promette che tutte le storie possano avere un lieto fine. Ma compie un gesto fondamentale: illumina il buio, dà un nome alla violenza e impedisce che quelle donne vengano dimenticate.

La notte nel cuore è un libro che rimane dentro. Una lettura difficile, ma indispensabile. Un libro che ci ricorda che raccontare può essere un modo per resistere, per sopravvivere e, soprattutto, per restituire alle vittime ciò che la violenza ha cercato di togliere loro: la voce.



giovedì 27 agosto 2026

Recensione - Gli innamorati di Peppe Fiore

Ci sono romanzi che raccontano l’amore quando tutto va bene e altri che scelgono di raccontarlo proprio nel momento in cui le certezze cominciano a sgretolarsi. Gli innamorati di Peppe Fiore appartiene decisamente alla seconda categoria. È un romanzo sull’amore, certo, ma soprattutto sulla fiducia, sulla menzogna, sulla conoscenza dell’altro e su quella domanda che, prima o poi, può attraversare qualsiasi relazione: quanto conosciamo davvero la persona che abbiamo scelto di amare?

Pubblicato da Einaudi nel 2023, il romanzo porta il lettore dentro una Roma borghese, elegante e ambiziosa, una città fatta di arte, politica, professioni prestigiose, relazioni importanti e privilegi. Ma dietro le terrazze, gli eventi culturali e le vite apparentemente perfette esiste un’altra Roma, fatta di compromessi, interessi, ambizioni e segreti. È proprio in questa città che Peppe Fiore ambienta la storia di Flaminia Aloisi e Carmine Rebora, una coppia sposata da circa vent’anni e apparentemente capace di resistere a tutto. 

Flaminia e Carmine si sono conosciuti giovani. Lui era ancora lontano dall’uomo affermato che diventerà, lei apparteneva a un ambiente privilegiato. Si sono scelti quasi immediatamente, con quella sicurezza che a volte appartiene agli amori giovanili quando non hanno ancora imparato a fare i conti con la prudenza. Da allora hanno costruito una famiglia, hanno avuto una figlia e hanno raggiunto una posizione sociale importante.

Flaminia dirige un importante museo cittadino ed è immersa quotidianamente nel mondo dell’arte e della cultura. Carmine è un architetto stimato, inserito nei circuiti professionali e politici della capitale. Vivono in un attico con vista sul Tevere e sembrano possedere tutto ciò che una certa idea di felicità borghese considera desiderabile.

Ma Peppe Fiore ci mostra fin dall’inizio che la perfezione è soltanto una superficie.

E basta una crepa per scoprire ciò che si nasconde sotto.

La crepa arriva sotto forma di un temporale che si abbatte su Roma e che, metaforicamente, sembra voler trascinare via tutte le certezze dei protagonisti. In mezzo a una città paralizzata dalla pioggia e dall’esondazione del Tevere, la Guardia di Finanza arriva a casa di Flaminia per prelevare Carmine. L’uomo è accusato di riciclaggio. Da quel momento la vita della protagonista cambia radicalmente. 

La forza del romanzo nasce proprio da questo cortocircuito: l’uomo che Flaminia ama, quello con cui ha condiviso vent’anni di vita, potrebbe non essere affatto quello che lei credeva.

E allora l’indagine giudiziaria diventa anche un’indagine sentimentale.

Flaminia comincia a interrogarsi sul proprio matrimonio, sul passato di Carmine e sulle cose che non ha visto o che forse non ha voluto vedere. La ricerca della verità diventa inevitabilmente anche una ricerca dentro se stessa. Perché quando una persona che amiamo ci nasconde qualcosa, non ci chiediamo soltanto perché abbia mentito: cominciamo a domandarci se abbiamo mai conosciuto davvero quella persona.

È qui che Gli innamorati smette di essere semplicemente una storia matrimoniale e diventa un romanzo sulla fragilità dei legami.

Il matrimonio, nelle pagine di Fiore, non è presentato come un punto di arrivo. È piuttosto una costruzione quotidiana, qualcosa che richiede fiducia, complicità e una continua disponibilità a riconoscere l’altro. Ma proprio perché il matrimonio mette insieme due vite, contiene anche una componente di mistero. Ci sono zone dell’altro che non possiamo conoscere completamente, per quanto lunga sia la convivenza.

La domanda implicita del romanzo è quindi inquietante: quanto di una persona appartiene davvero a chi la ama?

Flaminia deve fare i conti con questa distanza.

E deve farlo mentre intorno a lei anche il mondo professionale e sociale comincia a vacillare. Il caso di Carmine non rimane confinato alla dimensione privata: coinvolge relazioni, reputazioni, interessi e ambienti della borghesia romana. Fiore costruisce così un affresco sociale nel quale la storia d’amore si intreccia con l’arte, la politica, gli appalti e il potere. 

La Roma del romanzo è dunque molto più di una semplice ambientazione. È quasi un personaggio.

È una città affascinante e contraddittoria, elegante e decadente, piena di bellezza ma anche di compromessi. La Roma raccontata da Fiore appartiene a un mondo in cui le relazioni personali possono diventare strumenti di potere e in cui il confine tra cultura, politica e interessi economici appare spesso molto sottile.

L’autore riesce a raccontare questo ambiente senza trasformarlo in una semplice caricatura. La sua ironia è pungente, ma non distruttiva. Fiore guarda i propri personaggi con lucidità, evidenziandone le debolezze, le ambizioni e le contraddizioni, ma senza privarli della loro umanità.

Questo è uno degli aspetti più riusciti del romanzo.

Nessuno è completamente innocente.

Nessuno è completamente colpevole.

I personaggi sono persone che cercano di proteggere ciò che hanno costruito, anche quando per farlo sono costrette a nascondere qualcosa, a mentire o a sacrificare una parte di se stesse.

Flaminia, soprattutto, è un personaggio che cresce attraverso la crisi. All’inizio sembra vivere dentro una realtà ordinata, nella quale ogni elemento occupa il proprio posto. La vicenda di Carmine la costringe invece a mettere tutto in discussione. Il suo percorso non consiste soltanto nel cercare la verità sul marito, ma nel capire quale sia la propria verità.

Ed è forse questo il vero viaggio del romanzo.

Non sapere chi sia davvero Carmine significa, per Flaminia, dover scoprire chi sia lei senza Carmine.

Il tema della fiducia diventa quindi centrale. Fidarsi significa consegnare a un’altra persona una parte della propria vulnerabilità. Significa credere che quella persona non userà contro di noi ciò che le abbiamo affidato. Ma cosa succede quando questa fiducia viene meno?

Fiore non offre una risposta semplice.

Anzi, rende la domanda ancora più difficile mostrando che l’amore non scompare necessariamente quando la fiducia viene ferita. Può rimanere. Può persino diventare più forte. Ma cambia forma.

E proprio qui emerge la particolare sensibilità dell’autore nel raccontare i sentimenti.

Gli innamorati non è un romanzo sentimentale nel senso tradizionale del termine. Non troviamo un amore idealizzato, fatto soltanto di grandi dichiarazioni e momenti romantici. L’amore di Flaminia e Carmine è un amore adulto, costruito negli anni, pieno di abitudini, ricordi, gesti quotidiani e compromessi.

È un amore che ha attraversato il tempo.

E proprio per questo è più difficile da definire.

Fiore riesce a raccontare molto bene anche il rapporto tra amore e memoria. Quando una relazione entra in crisi, infatti, non viene messo in discussione soltanto il presente: viene riscritto anche il passato. Ogni ricordo cambia significato alla luce di ciò che abbiamo scoperto.

Un gesto che sembrava romantico può diventare sospetto.

Una frase può acquistare un significato diverso.

Un ricordo felice può trasformarsi in una domanda.

Questa capacità di modificare retroattivamente la percezione del passato è una delle intuizioni più interessanti del romanzo.

Lo stile di Peppe Fiore contribuisce enormemente alla riuscita della storia. La scrittura è scorrevole, elegante, ironica e visiva. Le scene sembrano spesso costruite con un ritmo quasi cinematografico, caratteristica non sorprendente considerando anche il lavoro dell’autore come sceneggiatore. La narrazione procede attraverso capitoli brevi e una struttura che alterna il presente della crisi ai ricordi della storia tra Flaminia e Carmine. 

Questa struttura permette al lettore di conoscere progressivamente la coppia, non soltanto nel momento della crisi ma anche nel tempo in cui quell’amore è nato e cresciuto.

E questo è fondamentale.

Perché per capire cosa rischia di perdere Flaminia bisogna prima conoscere ciò che ha avuto.

Fiore riesce così a costruire una tensione che non dipende soltanto dalla domanda su cosa abbia fatto Carmine. Il vero interesse risiede nelle conseguenze che la verità avrà sulla relazione.

Il lettore si trova quindi davanti a un doppio interrogativo: cosa è successo davvero e, soprattutto, cosa ne sarà di loro?

Il temporale che attraversa Roma diventa allora una metafora perfetta dell’intera vicenda. La pioggia arriva quando tutto sembra tranquillo e trasforma rapidamente la città. Allo stesso modo, la crisi di Carmine irrompe nella vita di Flaminia quando il matrimonio sembra ormai consolidato.

Ma i temporali, prima o poi, finiscono.

E questa possibilità attraversa tutto il romanzo.

Non come certezza, ma come speranza.

Gli innamorati è anche un libro sulle seconde possibilità. Sul fatto che una relazione possa arrivare davanti a un bivio e che, proprio quando sembra più facile lasciarsi andare, possa esistere la possibilità di scegliersi nuovamente.

Non si tratta di cancellare ciò che è accaduto.

Si tratta di decidere se ciò che è accaduto debba necessariamente distruggere tutto ciò che è venuto prima.

Questa è forse la parte più umana del romanzo.

Peppe Fiore non giudica i suoi personaggi dall’alto. Li osserva da vicino, con ironia e partecipazione. Li lascia sbagliare, mentire, desiderare, soffrire e cercare una via d’uscita.

E proprio per questo diventano credibili.

Gli innamorati è un romanzo che, dietro la storia di Flaminia e Carmine, racconta molto più di una crisi matrimoniale. Racconta una generazione, un certo modo di vivere la borghesia romana, il rapporto tra potere e cultura, l’ambizione sociale e soprattutto la difficoltà di mantenere vivo un legame quando la vita ci costringe a scoprire che la persona accanto a noi conserva sempre una parte di mistero.

È un romanzo sulla distanza che può esistere anche tra due persone che dormono nello stesso letto.

Ma è anche un romanzo sulla possibilità di attraversare quella distanza.

Alla fine della lettura, ciò che resta non è tanto il desiderio di stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. Rimane piuttosto una domanda molto più difficile: quando amiamo davvero qualcuno, amiamo la persona che abbiamo davanti oppure l’immagine che negli anni abbiamo costruito di quella persona?

È una domanda che Fiore lascia aperta.

Ed è proprio per questo che Gli innamorati continua a lavorare dentro il lettore anche dopo l’ultima pagina.

Perché tutti, almeno una volta, abbiamo creduto di conoscere qualcuno.

E forse amare significa anche accettare che non lo conosceremo mai completamente.

Peppe Fiore costruisce così un romanzo intelligente, ironico e profondamente umano, nel quale l’amore non è una certezza ma una scelta che deve essere rinnovata quando le fondamenta cominciano a tremare.

Un libro sulla fiducia, sulle bugie e sulla possibilità di ricominciare. Ma soprattutto un libro che ci ricorda quanto sia fragile, misterioso e ostinato l’amore.


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